Richard Hammond e la Beach Buggy: la terapia migliore? Guidare senza tecnologia

Richard Hammond e la Beach Buggy: la terapia migliore? Guidare senza tecnologia
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Per Richard Hammond una beach buggy può essere molto più di una semplice auto: è una cura contro lo stress della vita moderna. Niente ADAS, niente infotainment, niente climatizzatore e praticamente nessuna comodità. Solo quattro marce, un motore, un volante e la strada. È la filosofia che il presentatore britannico racconta in un nuovo video, tornando al suo indimenticabile buggy protagonista dello speciale di The Grand Tour in Namibia
14 settembre 2026

“Sun's out, bugs out”. Con questo spirito Richard Hammond torna al volante della sua beach buggy, l'auto che ha conservato dopo l'avventura di The Grand Tour in Namibia. Per lui è uno dei mezzi più divertenti mai guidati, tanto da averlo trasformato, a distanza di anni, in una sorta di antidoto personale alla frenesia della vita contemporanea. La ricetta è semplice: eliminare tutto ciò che non serve per guidare. Via touchscreen, assistenti elettronici, avvisi acustici, climatizzatore, navigatore e perfino la radio. Rimangono soltanto acceleratore, freno, sterzo e cambio. Una provocazione, naturalmente, ma anche una dichiarazione d'amore per un modo di intendere l'automobile che sembra appartenere a un'altra epoca. E proprio questa semplicità, secondo Hammond, sarebbe il vero effetto “terapeutico” della beach buggy.

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La Beach Buggy di Hammond è nata dal Maggiolino Volkswagen

La filosofia del mezzo raccontato da Hammond affonda le proprie radici nella storia delle dune buggy americane. Il concetto moderno di beach buggy è legato soprattutto alla Meyers Manx, progettata da Bruce Meyers in California negli anni Sessanta. La vettura utilizzava la meccanica del Volkswagen Maggiolino, abbinata a una carrozzeria in fibra di vetro estremamente leggera e priva di tetto e porte. Meyers realizzò il primo prototipo nel 1964 e trasformò rapidamente quella che era un'idea artigianale in un fenomeno automobilistico. La carrozzeria in fibra di vetro permetteva di ridurre drasticamente il peso, mentre la meccanica Volkswagen offriva una base semplice e robusta. La Meyers Manx contribuì così a definire l'immagine del dune buggyche conosciamo ancora oggi. Non è quindi un caso che Hammond descriva la sua auto come qualcosa di completamente lontano dalle vetture moderne. Una beach buggy nasce proprio dall'idea opposta: prendere una meccanica essenziale e trasformarla in un giocattolo per adulti.

A bordo della buggy di Hammond la lista delle rinunce è sorprendentemente lunga. Non ci sono ABS, servosterzo o sistemi di assistenza alla guida. Il cambio è manuale a quattro rapporti, non c'è il bagagliaio e non esiste nemmeno un vero vano di carico anteriore. Il motore occupa infatti la zona posteriore, mentre davanti trova posto il serbatoio. Anche il concetto di comfort viene completamente ribaltato. Nessun tetto, nessuna porta, nessun riscaldamento e soprattutto nessuna aria condizionata. Se arriva la pioggia, il guidatore non ha praticamente alcuna possibilità di ripararsi. È esattamente questo il punto: la beach buggy non cerca di isolare chi guida dall'ambiente esterno, ma fa l'esatto contrario. Hammond racconta infatti di sentirsi “un tutt'uno con la natura” al volante. Il vento entra nell'abitacolo, il rumore del motore arriva senza filtri e ogni asperità della strada diventa parte dell'esperienza. Perfino il semplice gesto di mettere una mano fuori dall'abitacolo assume un significato diverso rispetto a quello che può accadere su una moderna automobile.

Dalla Namibia a oggi: il buggy che Hammond non vuole vendere

La beach buggy di Richard Hammond non è una vettura qualunque. È quella utilizzata durante The Grand Tour: The Beach (Buggy) Boys, lo speciale nel quale Hammond, Jeremy Clarkson e James May furono chiamati a percorrere circa 1.600 km attraverso la Namibia, affrontando la Skeleton Coast e il deserto a bordo di tre buggy profondamente personalizzati. Le tre vetture erano molto diverse tra loro: James May puntava su una configurazione più vicina alla filosofia originale, Clarkson aveva scelto una soluzione decisamente più estrema con un motore V8, mentre Hammond aveva preparato il suo esemplare per l'utilizzo fuoristrada, con sospensioni e pneumatici specifici. A distanza di anni, Hammond ha deciso di conservarlo. Nel video racconta di averlo ormai da circa un decennio e ammette che è probabilmente l'unica automobile che prende volontariamente senza avere una destinazione precisa. Non deve andare al supermercato, al lavoro o da qualche altra parte: sale semplicemente a bordo e guida. Ed è forse questo il dettaglio più interessante dell'intero video.

Nel mondo delle automobili moderne, la tecnologia ha raggiunto un livello impensabile fino a pochi decenni fa. Le vetture possono mantenere la corsia, frenare automaticamente, parcheggiare da sole, riconoscere i segnali stradali e avvisare il conducente praticamente di qualsiasi cosa. La beach buggy, invece, fa esattamente l'opposto. Riduce l'esperienza automobilistica ai suoi elementi fondamentali. Hammond scherza sul fatto che non servano integratori, rituali di benessere o complicati sistemi per ritrovare il proprio equilibrio: basta una macchina senza praticamente nulla. Naturalmente non si tratta di una terapia in senso medico. È una provocazione ironica, coerente con lo stile di Hammond. Ma dietro la battuta c'è una considerazione interessante per chi ama davvero guidare: quando vengono eliminate tutte le distrazioni, l'attenzione torna sulla strada e sull'esperienza fisica della guida. Il risultato è un'automobile che sembra quasi anacronistica, ma proprio per questo riesce a regalare qualcosa che molte vetture moderne hanno progressivamente eliminato: il piacere di guidare senza uno scopo.

Un'auto che fa sorridere chi la incontra

C'è poi un altro effetto curioso. Hammond racconta che durante la guida praticamente tutte le persone incontrate per strada si fermano a guardare e sorridono. La sua buggy, conosciuta localmente come “Glitter Bug”, sembra avere la capacità di trasformare anche un normale tragitto in una piccola scena di festa. È un aspetto che appartiene alla natura stessa delle dune buggy. La loro estetica non vuole essere seria, aggressiva o tecnologica: ruote scoperte, carrozzeria essenziale, fari a vista e abitacolo aperto le rendono immediatamente riconoscibili. La Meyers Manx, del resto, contribuì proprio a trasformare il dune buggy in un'icona della cultura automobilistica californiana degli anni Sessanta e Settanta. Il successo fu tale che l'idea venne rapidamente imitata da numerosi costruttori. Anche in Europa, negli anni Settanta e Ottanta, i kit basati sulla meccanica del Maggiolino Volkswagen divennero particolarmente popolari.

Il messaggio finale del video è volutamente esagerato: una beach buggy può essere una sorta di vacanza su quattro ruote. Non serve un itinerario, non serve una destinazione e non serve nemmeno una particolare ragione per mettersi al volante. Hammond arriva persino a dire che con una macchina del genere è impossibile prendere la vita troppo sul serio. Un funerale? Impensabile. Una riunione di lavoro importante? Ancora peggio. La buggy comunica automaticamente una sola cosa: oggi si esce per divertirsi. Ed è proprio questa la forza dell'idea. In un'epoca nella quale l'automobile è sempre più sofisticata, connessa e assistita, una Volkswagen Beetle-based beach buggy rappresenta quasi una forma di ribellione tecnologica. Non offre di più: offre meno. Ma quel “meno” significa anche più coinvolgimento. Per Hammond, dopo l'avventura africana di The Grand Tour, la beach buggy è diventata qualcosa di più di una vecchia auto da collezione. È un giocattolo, un ricordo e soprattutto un modo per tornare a guidare semplicemente perché ne ha voglia. E forse, tra touchscreen e assistenti alla guida, non è poi una cattiva idea.

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