Stellantis: dall'Italia alla Serbia per lavorare, la fuga degli operari per sfuggire a cassa integrazione e tagli. "A Pomigliano non si vive con 1.200 euro"

Stellantis: dall'Italia alla Serbia per lavorare, la fuga degli operari per sfuggire a cassa integrazione e tagli. "A Pomigliano non si vive con 1.200 euro"
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Dalla cassa integrazione alle trasferte all’estero pur di ottenere uno stipendio pieno: l’intervista del Corriere della Sera racconta il caso di un operaio Stellantis costretto a lasciare Pomigliano per lavorare in Serbia
9 dicembre 2025

Stipendio pieno solo a 1.600 chilometri da casa. È il paradosso che descrive Giovanni – nome di fantasia – operaio dello stabilimento Stellantis di Pomigliano d’Arco, intervistato dal Corriere della Sera mentre si trova in trasferta a Kragujevac, in Serbia.

Qui, a due ore da Belgrado, il gruppo automobilistico ha avviato la produzione della nuova Grande Panda, richiamando manodopera dai propri impianti europei per raggiungere l’obiettivo di 500 vetture al giorno. A Pomigliano, invece, la situazione è drammaticamente diversa. Tra cassa integrazione, contratti di solidarietà e produzione ridotta, molti operai lavorano appena 10-11 giorni al mese.

Ogni giornata di cassa equivale a circa 35 euro lordi in meno in busta paga. “Come si fa a vivere con 1.200 euro?”, si chiede Giovanni, spiegando cosa lo abbia spinto a trasferirsi per alcuni mesi a 1.600 chilometri dalla propria famiglia. “Qui lavoriamo su tre turni e finalmente prendiamo uno stipendio pieno, con diaria e straordinari. Non è facile, ma non c’erano alternative”.

La trasferta in Serbia

Stellantis offre ai trasfertisti lo stipendio previsto in Italia – che con turni maggiorati può superare i 2.000 euro – e un’indennità di trasferta: rimborso spese e 25,82 euro al giorno nei primi quindici giorni, poi un forfait di 70 euro comprensivo di vitto e alloggio. Nonostante questo, spiega Giovanni, “riusciamo a malapena a mettere da parte un centinaio di euro”. Anche in Serbia, infatti, i prezzi sono aumentati rapidamente, soprattutto gli affitti, schizzati oltre gli 800 euro mensili dopo l’arrivo dei lavoratori italiani. Per risparmiare, molti condividono gli appartamenti in due o tre.

La vita in fabbrica scorre tra turni serrati e un ambiente multietnico: serbi, nepalesi, marocchini, algerini. Gli italiani, spesso con oltre dieci anni di esperienza, cercano di trasferire competenze e consigli ai più giovani. Buoni, finora, i rapporti tra colleghi nonostante una disparità salariale evidente: ognuno viene pagato in base al contratto del Paese d’origine, e gli operai serbi guadagnano tra 600 e 800 euro al mese, spesso affiancati da un secondo lavoro. Una situazione che i sindacati locali giudicano ingiusta e potenzialmente destabilizzante.

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Il malcontento negli stabilimenti italiani

Per le rappresentanze sindacali italiane, il trasferimento degli operai è un segnale preoccupante. “È uno schiaffo ai lavoratori”, denuncia Mario Di Costanzo (Fiom-Cgil Napoli), ricordando che la Grande Panda era inizialmente destinata proprio a Pomigliano. Anche la Uilm e la Fim sottolineano la necessità di rafforzare il piano industriale: “Tavares aveva promesso tre nuovi modelli per Pomigliano. Senza investimenti il rischio è logorare il tessuto sociale e produttivo del territorio”, avverte Aniello Guarino della Fim-Cisl.

Il primo rientro in Italia è previsto dopo 45 giorni, con volo a carico dell’azienda. Due ore di viaggio, se diretto; anche dodici, se con scalo. “Ci sentiamo ogni giorno in videochiamata. La cosa più dura è vedere i figli crescere senza esserci”, confessa Giovanni. La sua trasferta terminerà a dicembre, poi tutto dipenderà dalle decisioni del gruppo. Una sola certezza: “Il Natale lo passo a casa”.

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