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Secondo il New York Times, una giuria federale di Phoenix ha condannato Uber a pagare 8,5 milioni di dollari a Jaylynn Dean, la passeggera che ha denunciato di essere stata stuprata da un autista durante una corsa nel novembre 2023. La decisione rappresenta un caso “pilota” destinato a pesare su migliaia di cause analoghe già pendenti contro il colosso del ride-hailing negli Stati Uniti.
Uber ha sempre sostenuto di non poter essere ritenuta responsabile per la condotta dei conducenti, considerati collaboratori indipendenti e non dipendenti. La giuria, però, ha respinto questa linea difensiva, riconoscendo una responsabilità dell’azienda e offrendo, di fatto, una traccia giuridica per le oltre 3.000 cause che accusano la società di carenze sistemiche in materia di sicurezza.
Jaylynn Dean, che all’epoca aveva 19 anni, ha raccontato in aula di essere stata aggredita durante il tragitto verso il suo hotel dopo una serata trascorsa con il fidanzato a Tempe, in Arizona. "Voglio assicurarmi che non accada ad altre donne", ha dichiarato, spiegando di aver scelto di andare avanti non solo per sé, ma per tutte quelle persone che pensavano di fare “la scelta sicura e intelligente” affidandosi a una piattaforma di questo tipo.
La giuria non ha accolto tutte le accuse mosse contro Uber: sono state respinte, per esempio, le contestazioni di negligenza generalizzata nelle pratiche di sicurezza e di difetti dell’app. Anche per questo l’importo del risarcimento è risultato molto inferiore ai 144 milioni di dollari richiesti dai legali della donna. I giurati non hanno ritenuto che il comportamento dell’azienda fosse “oltraggioso o oppressivo” al punto da giustificare sanzioni ancora più pesanti.
Uber, attraverso un portavoce, ha accolto il verdetto come una conferma dei propri sforzi in materia di sicurezza, ma ha già annunciato l’intenzione di presentare appello, sostenendo che la corte avrebbe fornito istruzioni errate alla giuria. La società ribadisce inoltre che il 99,9% delle corse negli Stati Uniti si svolge senza alcun tipo di incidente e che la piattaforma resta uno dei mezzi più sicuri per spostarsi.
Il caso di Dean assume però un valore simbolico più ampio. Fa parte di un procedimento federale che ha riunito migliaia di denunce per aggressioni sessuali, consentendo di affrontare alcune questioni procedurali davanti allo stesso giudice, pur mantenendo i singoli processi separati. Non è un precedente vincolante per le altre cause, ma è un “test sul campo” delle argomentazioni che potrebbero essere riproposte in aula.
Durante il processo sono emersi documenti interni e testimonianze dei dirigenti dell’azienda. Tra gli elementi più discussi, il fatto che la corsa di Dean fosse stata segnalata dal sistema come potenzialmente a rischio pochi istanti prima del prelievo, senza che la passeggera venisse avvertita. I legali della donna hanno inoltre sostenuto che Uber avrebbe esitato a introdurre misure come le telecamere a bordo per timore di rallentare la crescita del business.
Dopo l’aggressione, Dean ha raccontato di aver cambiato radicalmente vita: ha rinunciato al sogno di diventare assistente di volo, è tornata a vivere con i genitori e oggi lavora come centralinista per i servizi di emergenza, mentre frequenta una scuola per infermieri. Le conseguenze psicologiche dell’episodio, ha spiegato, sono ancora presenti.
Per Uber, già sotto pressione da parte di legislatori e investitori sul tema della sicurezza, il verdetto rappresenta un segnale d’allarme. Non solo per l’impatto economico immediato, ma soprattutto perché potrebbe accelerare e rafforzare un contenzioso che rischia di diventare uno dei fronti giudiziari più delicati nella storia dell’azienda.