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La risposta alla crescente avanzata delle auto cinesi potrebbe arrivare da un fronte comune. Sarebbe infatti allo studio un' “alleanza” tra Unione europea, Regno Unito, Giappone e Corea del Sud con l'obiettivo di proteggere l'industria automobilistica dei quattro partner dalla pressione esercitata dai costruttori del Dragone.
Non si tratta soltanto di imporre nuove barriere commerciali: Bruxelles vuole costruire una strategia coordinata che permetta agli alleati di sostenersi a vicenda, mantenere aperti i rispettivi mercati e, soprattutto, ridurre la dipendenza dalla Cina per componenti e materie prime strategiche. La questione è diventata urgente perché l'offensiva dell'automotive cinese non riguarda più esclusivamente le vetture elettriche.
I produttori d'oltre Muraglia stanno aumentando rapidamente le esportazioni anche di ibride plug-in, conquistando quote di mercato in Europa e mettendo sotto pressione non soltanto i marchi europei, ma anche quelli giapponesi e sudcoreani. L'obiettivo sarebbe dunque quello di creare un sistema nel quale gli alleati possano beneficiare delle rispettive catene industriali senza lasciare che la crescita cinese venga alimentata dagli stessi incentivi pubblici europei.
A ricostruire il progetto nei dettagli è stato Handelsblatt. Secondo il quotidiano tedesco, la Commissione europea starebbe lavorando a una nuova alleanza economica con Londra, Tokyo e Seoul costruita su tre pilastri: apertura reciproca dei mercati, protezione dalle importazioni cinesi e cooperazione sulle materie prime critiche. Il primo passo riguarda le future regole europee del cosiddetto "Buy European": automobili prodotte nel Regno Unito, in Giappone e in Corea del Sud potrebbero essere trattate come veicoli europei nell'accesso a determinati incentivi, comprese le agevolazioni destinate alle auto aziendali e alle flotte.
In altre parole, Bruxelles vuole premiare i propri partner industriali senza fare lo stesso con i costruttori cinesi. Il secondo fronte è ancora più significativo. L'Ue sta inoltre valutando uno strumento di protezione contro l'aumento delle importazioni automobilistiche, modellato sui nuovi meccanismi utilizzati per contrastare le sovracapacità globali nel settore dell'acciaio. La misura potrebbe tradursi in nuovi dazi sulle auto cinesi, mentre Regno Unito, Giappone e Corea del Sud verrebbero esclusi dalle restrizioni.
I numeri spiegano la preoccupazione europea: la quota cinese delle auto ibride plug-in importate nell'Ue è passata dal 37% nel 2024 al 49% nel 2025, arrivando al 60% nel primo trimestre del 2026. E a maggio i costruttori cinesi hanno venduto per la prima volta in Europa più automobili dei marchi giapponesi. La pressione, dunque, non è più un problema soltanto europeo: sta diventando una questione comune per gran parte dell'industria automobilistica sviluppata.
La terza gamba dell'alleanza riguarda infatti un terreno ancora più strategico: batterie, terre rare e altre materie prime critiche necessarie per produrre le nuove automobili. La Cina occupa una posizione dominante in numerosi segmenti delle catene globali di approvvigionamento e Pechino ha dimostrato di poter utilizzare questa posizione come leva geopolitica.
Per questo Giappone, Corea del Sud, Regno Unito e Ue vogliono costruire filiere alternative, coordinando acquisti, investimenti e accordi di fornitura con Paesi terzi. Il Giappone, in particolare, spinge per trasformare la cooperazione sull'automotive in una più ampia partnership sulla sicurezza economica. L'idea è creare una domanda comune abbastanza grande da rendere conveniente lo sviluppo di miniere, impianti di raffinazione e nuove capacità produttive fuori dalla Cina.
La partita, insomma, potrebbe andare ben oltre i dazi sulle auto cinesi. Il modello che Bruxelles sta studiando punta a una sorta di "club" di Paesi amici, inizialmente formato da Ue, Regno Unito, Giappone e Corea del Sud ma potenzialmente aperto anche a Canada, Australia e altri partner commerciali. La logica è semplice: proteggere le industrie nazionali dalla sovracapacità cinese senza chiudere il commercio tra alleati.
Per l'Europa significa cercare un equilibrio delicato tra libero mercato, politica industriale e sicurezza economica. Per i costruttori del Dragone, invece, potrebbe aprirsi una fase molto più difficile: non troveranno di fronte soltanto singoli Paesi che reagiscono alle loro esportazioni, ma un blocco industriale sempre più coordinato.