Volkswagen chiede all'UE nuovi dazi sulle ibride plug-in cinesi: "Serve un mercato più equo"

Volkswagen chiede all'UE nuovi dazi sulle ibride plug-in cinesi: "Serve un mercato più equo"
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Dopo i dazi sulle auto elettriche, il Gruppo Volkswagen chiede all'Unione Europea di estendere rapidamente le tariffe anche alle ibride plug-in prodotte in Cina. Oliver Blume: "Così si ristabiliscono condizioni di concorrenza eque".
27 luglio 2026

Il Gruppo Volkswagen torna a chiedere un intervento deciso dell'Unione Europea contro l'avanzata dei costruttori cinesi. Dopo l'introduzione dei dazi aggiuntivi sulle auto elettriche a batteria (BEV), il CEO Oliver Blume ha invitato Bruxelles ad applicare rapidamente misure analoghe anche alle ibride plug-in (PHEV) importate dalla Cina.

L'appello è arrivato durante la presentazione dei risultati finanziari del primo semestre 2026, nel corso della quale il numero uno del gruppo tedesco ha sottolineato come le tariffe introdotte sulle elettriche abbiano iniziato a produrre i primi effetti, lasciando però scoperto un segmento che sta crescendo con estrema rapidità.

Dazi fino al 35% anche sulle PHEV

Secondo Blume, l'Unione Europea dovrebbe adottare lo stesso schema già utilizzato per le auto elettriche cinesi, prevedendo un dazio aggiuntivo fino al 35% da sommare alla tariffa d'importazione ordinaria del 10%.

L'obiettivo, secondo Volkswagen, non è bloccare le importazioni, ma creare condizioni di concorrenza più equilibrate per i costruttori europei, che devono confrontarsi con produttori sostenuti da costi industriali inferiori e da una filiera fortemente integrata.

Blume ha inoltre evidenziato come il settore automobilistico europeo si trovi oggi stretto tra due pressioni: da una parte la crescente competitività delle case automobilistiche cinesi, dall'altra i pesanti dazi imposti dagli Stati Uniti sulle importazioni di automobili.

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La linea produttiva della Volkswagen ID.5
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Le ibride plug-in cinesi conquistano il mercato europeo

I numeri spiegano la preoccupazione del costruttore di Wolfsburg. Nel primo semestre dell'anno i marchi cinesi hanno immatricolato in Europa oltre 208.000 ibride plug-in, conquistando circa il 27,3% del mercato PHEV europeo.

A guidare la classifica delle vendite figurano tre modelli di origine cinese: BYD Seal UBYD Atto 2 e Jaecoo 7 del gruppo Chery. Un risultato che ha fatto scendere il Volkswagen Tiguan, leader della categoria fino allo scorso anno, al quarto posto.

Le ibride plug-in rappresentano oggi una tecnologia strategica sia per i costruttori europei sia per quelli cinesi, perché consentono di rispettare gli obiettivi sulle emissioni di CO₂ fissati dall'Unione Europea e, in diversi Paesi, continuano a beneficiare di incentivi fiscali.

Volkswagen chiede una politica industriale europea

Oltre ai nuovi dazi, Blume ha sollecitato Bruxelles ad accelerare una più ampia strategia di sostegno all'industria automobilistica europea.

Tra le proposte avanzate figurano una politica di tipo "Made in Europe", requisiti minimi di contenuto produttivo locale per accedere agli incentivi, maggiori strumenti di sostegno pubblico agli investimenti e misure per rafforzare le catene di approvvigionamento europee, riducendo la dipendenza dalle importazioni.

L'ipotesi di estendere i dazi alle ibride plug-in cinesi non è del tutto nuova. Già nelle scorse settimane erano emerse indiscrezioni secondo cui la Commissione Europea starebbe valutando l'apertura di un dossier specifico anche per questa categoria di veicoli, dopo l'indagine che ha portato all'introduzione delle tariffe aggiuntive sulle auto elettriche prodotte in Cina.

Se Bruxelles dovesse seguire la richiesta di Volkswagen, il confronto commerciale tra Europa e Cina nel settore automotive potrebbe quindi aprire un nuovo capitolo, questa volta coinvolgendo anche uno dei segmenti oggi più importanti per il raggiungimento degli obiettivi ambientali europei.

Un settore che rincorre invece di anticipare?

La richiesta di Volkswagen apre però anche una riflessione più ampia sullo stato dell'industria automobilistica europea. Se oggi il primo costruttore del continente invoca nuovi dazi per arginare l'avanzata delle ibride plug-in cinesi, viene spontaneo chiedersi perché questo dibattito arrivi soltanto adesso.

Da anni i costruttori cinesi investono in ricerca, batterie e piattaforme dedicate, mentre i marchi europei hanno spesso concentrato gli sforzi sull'adeguamento alle normative e sulla gestione della transizione tecnologica. Il risultato è che molte delle decisioni politiche e industriali sembrano arrivare solo dopo che gli equilibri di mercato sono già cambiati.

È una dinamica che si è già vista con le auto elettriche: prima l'ingresso massiccio dei marchi cinesi, poi l'indagine europea sui sussidi e infine l'introduzione dei dazi. Ora lo stesso schema rischia di ripetersi con le ibride plug-in, un segmento che fino a poco tempo fa era considerato uno dei punti di forza dei costruttori europei e che oggi vede i modelli cinesi occupare le prime posizioni delle classifiche di vendita.

Naturalmente chiedere regole uguali per tutti può essere legittimo, soprattutto se esistono differenze nei costi industriali o negli aiuti pubblici ricevuti dai produttori. Ma una politica industriale realmente competitiva non dovrebbe limitarsi a proteggere il mercato quando il vantaggio è già stato perso: dovrebbe creare le condizioni affinché le aziende europee siano le prime a innovare, investire e definire gli standard tecnologici del futuro. In altre parole, un'industria leader dovrebbe riuscire ad anticipare i cambiamenti, non inseguirli.

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