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Il documento diffuso da Volkswagen parla di una gamma di modelli che sarà "progressivamente concentrata sui segmenti di mercato più attrattivi", con una riduzione fino al 50% delle varianti di prodotto e fino al 75% della complessità complessiva. Si parla di armonizzazione tecnologica tra i brand, di capacità produttiva riallineata a circa 9 milioni di veicoli l'anno (contro i 12 milioni pre-Covid) e di un focus rafforzato sul core business automotive, con la cessione della quota di maggioranza di Everllence che genererà un afflusso di cassa di circa 7,4 miliardi di euro.
Colpisce, però, ciò che nel comunicato non compare: non c'è menzione esplicita di chiusure di stabilimenti né di licenziamenti, un'omissione che appare tutt'altro che casuale. Il testo diffuso dopo l'incontro tra management e Consiglio di Sorveglianza evita accuratamente di quantificare gli esuberi, probabilmente per non alimentare ulteriori tensioni con sindacati e politici tedeschi in un momento particolarmente delicato per il gruppo.
Se si allarga lo sguardo oltre il testo ufficiale, il quadro che emerge è ben più severo di quello suggerito dai toni istituzionali di Blume e Antlitz. Nel primo trimestre 2026 l'utile operativo del gruppo è sceso del 14,3% a 2,5 miliardi di euro, mentre l'utile netto è calato del 28,4% a circa 1,56 miliardi, con ricavi in flessione del 2,5% a 75,7 miliardi e consegne in calo soprattutto in Cina (-20%) e Nord America (-9%). Il margine operativo si è fermato al 3,3%, un livello lontano dall'obiettivo dichiarato dell'8-10% entro fine decennio.
A pesare su questi numeri sono la pressione sempre più aggressiva dei costruttori cinesi, i dazi USA (stimati in circa 4 miliardi di euro l'anno) e gli ingenti investimenti legati all'elettrificazione, che comprimono i margini in un momento in cui la domanda globale non cresce ai ritmi sperati. Il 2025 si era già chiuso con un utile operativo in calo del 54% nonostante ricavi sostanzialmente stabili, un segnale che la crisi non è affatto improvvisa ma covava da tempo.
Il comunicato parla genericamente di "strutture organizzative più snelle", ma nelle settimane precedenti erano circolate indiscrezioni molto più nette, secondo cui il piano discusso dai vertici potrebbe prevedere fino a 100-120.000 esuberi a livello globale e la chiusura di quattro stabilimenti tedeschi - Hannover, Zwickau, Emden e il sito Audi di Neckarsulm - cifre ben superiori ai 50.000 tagli complessivi (35.000 dei quali sul solo marchio Volkswagen) già concordati con i sindacati alla fine del 2024.
Lo stesso Blume aveva anticipato, in occasione dell'assemblea degli azionisti del 18 giugno, che entro fine 2026 il marchio Volkswagen, inclusi gli stabilimenti di Sachsen e Osnabrück, avrebbe ridotto l'organico di 19.000 unità, con oltre 28.000 accordi di uscita già vincolanti fino al 2030. Le indiscrezioni più recenti, attribuite a fonti interne all'azienda, parlano invece di un possibile raddoppio di questi numeri, nell'ambito di un'operazione interna ribattezzata "Zielbild 2030".
Non stupisce che la reazione sindacale sia stata durissima: i vertici di IG Metall e del consiglio di fabbrica Volkswagen hanno dichiarato che fermeranno "con tutte le forze" eventuali piani di chiusura degli stabilimenti, mentre il ministro-presidente della Bassa Sassonia - che tramite la storica "Legge Volkswagen" controlla il 20% dei diritti di voto in Consiglio di Sorveglianza - ha respinto categoricamente l'ipotesi di nuove chiusure, definendola una "facile soluzione" che non garantisce alcun futuro al gruppo.
Il taglio dei modelli e delle varianti, presentato nel comunicato come un modo per "concentrare investimenti e risorse di sviluppo sui prodotti e sulle tecnologie che generano il maggior valore", va letto anche alla luce delle difficoltà strutturali del gruppo. La mossa arriva peraltro sulla scia di un annuncio molto simile fatto pochi giorni prima da Toyota, segno che l'intero settore sta rivalutando il modello della gamma sconfinata come fonte di complessità più che di valore. Blume stesso ha parlato di volumi più alti per modello come obiettivo primario: un'ammissione implicita che la sovrapposizione tra i dieci marchi del gruppo, da Seat a Porsche, ha finora eroso più valore di quanto ne abbia generato.
Il comunicato si chiude con la consueta dichiarazione di fiducia di Blume, che promette di rendere il gruppo "l'azienda automobilistica più attrattiva al mondo" entro il 2030. È legittimo però restare cauti di fronte a queste dichiarazioni: il piano presentato il 9 luglio arriva dopo mesi di indiscrezioni sempre più allarmanti, un utile operativo in caduta libera, una pressione competitiva cinese che erode quote di mercato a doppia cifra e una frattura sempre più visibile tra il management e le rappresentanze sindacali e territoriali.
Anche l'accordo per la cessione di Everllence, presentato come rafforzamento della "flessibilità finanziaria", si inserisce in una più ampia riorganizzazione societaria che, secondo alcune ricostruzioni, potrebbe portare persino allo scorporo del marchio Volkswagen dal resto del gruppo (un'ipotesi che, se confermata, ridisegnerebbe equilibri di potere consolidati da decenni a Wolfsburg).
Il piano per il futuro, insomma, più che una svolta già scritta, sembra per ora la fotografia di un gruppo che riconosce di essere sotto pressione, ma che preferisce ancora dosare con cautela le informazioni più scomode, lasciando che siano le indiscrezioni e le reazioni sindacali a riempire i vuoti lasciati dal linguaggio istituzionale del comunicato.