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Alex Zanardi ha vissuto molteplici esistenze, prima che il suo percorso arrivasse al termine, a 59 anni, nella serata di ieri. Raccontare la vita di Zanardi vuol dire ripercorrere un intreccio intriso di resilienza. Una parola spesso scomodata a sproposito, ma che nel caso di Zanardi è più che giustificata. Quale altro termine si potrebbe utilizzare per descrivere un uomo in grado di alzarsi in piedi ai Caschi d’Oro a pochi mesi dall’incidente che gli era costato le gambe?
Ci sono diversi spartiacque nella vita di Alex Zanardi. Il primo è datato 15 settembre 2001. Al Lausitzring, pista che pochi mesi prima aveva mietuto una vittima eccellente, Michele Alboreto, Zanardi venne coinvolto in un gravissimo incidente. Finito in testacoda nel bel mezzo della pista, fu travolto in pieno da Alex Tagliani. Il muso della sua vettura fu tranciato, con conseguenze catastrofiche per il suo corpo. Perse tre quarti del suo volume totale di sangue, e solo il tempestivo intervento medico lo salvò dalla morte.
Il costo fu altissimo, in ogni caso: l’amputazione di parte di entrambe le gambe. La sua esistenza precedente era stata così interrotta in una frazione di secondo. L’esordio nei kart a 13 anni, la trafila delle categorie minori, l’esordio in Formula 1 all’inizio degli anni Novanta, il successo in America, con due titoli in CART. Poi il ritorno nel Circus, con la Williams, che non avrebbe sortito i risultati sperati. Decise di tornare sui suoi passi, mettendosi nella traiettoria che l’avrebbe portato dritto verso lo schianto al Lausitzring.
Zanardi era una persona sempre in grado di vedere il bicchiere mezzo pieno, senza concentrarsi sul cono d’ombra della sua luce brillante. Non perse smalto di fronte a una perdita grave come quella delle gambe. Affrontò la riabilitazione con il piglio di chi voleva tornare a vivere, anche se in modo diverso. Gli ci vollero due anni prima che potesse tornare in pista con una vettura opportunamente modificata. Volle tornare proprio al Lausitzring, concludere i giri che gli mancavano per terminare la gara in quel giorno infausto.
Tornò a correre davvero nel 2004, nel campionato europeo Turismo, iniziando un lungo sodalizio con Roberto Ravaglia. Fu impegnato per anni in quello che era diventato il WTCC nel 2005, anno in cui Zanardi si era aggiudicato il campionato italiano Superturismo. Tornò persino a guidare una monoposto di F1, una BMW Sauber opportunamente modificata, per un test storico e carico di significato. E corse la 24 Ore di Daytona, nel 2019.
In parallelo all’impegno nelle corse, Zanardi dopo l’incidente al Lausitzring decise anche di cimentarsi nell’handbike, disciplina di cui era destinato a diventare un grandissimo specialista. Vinse due medaglie d’oro e una d’argento alle Olimpiadi di Londra 2012, lo stesso bottino portaro a casa quattro anni più tardi a Rio. Ma la passione per l’handbike lo avrebbe portato dritto verso un altro tragico incidente.
Era il 19 giugno del 2020 quando durante una gara impattò contro un camion, riportando lesioni gravissime. E il destino si accanì nuovamente contro di lui un paio di anni più tardi, quando fu costretto al ricovero dopo un rogo divampato nella sua casa per colpa di pannelli solari che avevano danneggiato i suoi macchinari sanitari. Poi, il silenzio. Fino alla tragica notizia di oggi, che ha tinto di un velo di malinconia il paddock di Miami, vivace proprio come lo era Zanardi, un uomo mai indurito dalle storture della sua vita.
Alex Zanardi ha vissuto mille esistenze, reinventandosi di fronte a ostacoli che avrebbero fermato tanti altri. E lo ha fatto con un’ironia trascinante, encomiabile. 59 anni sono pochi, pochissimi, per andarsene. Ma Zanardi ha vissuto intensamente, appassionatamente, con un gusto per la vita che non è mai sopito nonostante le difficoltà. Se ne sarà anche andato fisicamente, ma uno come lui, in fondo, non morirà mai davvero. Le sue vicende hanno toccato corde talmente profonde in tante persone da far sì che la sua presenza resti nel ricordo di chi l’ha conosciuto, ma anche di chi si è lasciato ispirare dalla sua audacia.