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Lewis Hamilton si è commosso mentre sul podio del Gran Premio di Barcellona-Catalogna 2026 di Formula 1 risuonava l’inno italiano. Guardava i meccanici del lato numero 44 del box della Ferrari con un moto di riconoscenza più che giustificato. La sua vittoria a Montmelò non sarebbe mai potuta arrivare se non fosse stato per il superlavoro profuso dai suoi uomini ribaltando la sua SF-26 tra le FP3 e le qualifiche. Lo abbiamo potuto osservare di persona circa una quarantina di minuti prima dell’inizio del Q1, quando la monoposto del sette volte campione del mondo era ancora nuda, inerme.
Il weekend di Hamilton in Spagna era cominciato in salita. Aver ceduto il sedile a Dino Beganovic nelle FP1 aveva messo il fiatone a Lewis, soprattutto nella comprensione del generoso pacchetto di aggiornamenti arrivato proprio per il GP di Barcellona. La Ferrari SF-26 in potenza era micidiale in curva. Ma per estrarre quella performance serviva una chiave di volta trovata solo in extremis. L’Hamilton dello scorso anno si sarebbe fatto scoraggiare, dopo le difficoltà nelle libere. L’Hamilton di oggi è forte di una nuova metodologia di lavoro. E di una squadra che lo ascolta.
Parlando con diverse persone che hanno lavorato a stretto contatto con Hamilton nel corso degli anni, emerge il quadro di un pilota molto esigente. Hamilton sa quello di cui ha bisogno, e non ha paura di tirare la linea quando serve. Se lo può permettere. Arrivato alla ventesima stagione in F1 e con un palmarès spaventoso, sa come si vince. E ha trascinato la squadra verso delle decisioni dal peso molto importante. La SF-26 è la prima Rossa nata nella sua era. E ha molta dell’audacia che ha caratterizzato Hamilton nel corso della sua carriera.
Parlando con noi giornalisti presenti in pista a Barcellona giovedì scorso, Hamilton ha rivelato di essere rimasto stupito da quanto poco la Ferrari innovasse in F1 una volta arrivato alla corte di Maranello. È una riflessione che era sorta spontanea a molti, vedendo le ultime nate della scuderia. La SF-26 è diversa, e lo si è visto sin da subito. Soluzioni aerodinamiche come l’ala Macarena o lo scarico soffiato al posteriore sottendono un coraggio che non si vedeva da tempo nei progetti della Ferrari.
Hamilton si è anche imposto su altre due questioni tutt’altro che secondarie. La prima riguarda il passaggio dai dischi Brembo ai Carbone Industrie, perfezionata a Suzuka. Non si tratta di una decisione dovuta alla qualità del materiale dell’azienda italiana, che è fuori discussione, quanto del suo maggior feeling con un prodotto che ha utilizzato per anni in Mercedes e che sembra consentirgli con più naturalezza di perfezionare le frenate secche e profonde che sono il suo marchio di fabbrica in Formula 1.
La seconda decisione chiave riguarda il cambio dell’ingegnere di pista. Arrivato a Maranello, Hamilton si è dovuto per prima cosa adattare a una lingua diversa, e non parliamo dell’italiano. Ciascuna scuderia ha il suo gergo per indicare il comportamento delle vetture, e tararsi sui nuovi parametri non è semplice. Lo spiegava anche Carlos Sainz nel 2025. Ma a prescindere da tutto questo, con Riccardo Adami la comunicazione non funzionava proprio. Sentire come interagiscono Hamilton e Carlo Santi fa capire come si sia passati dal giorno alla notte. Santi sa incitarlo, senza saturarlo di informazioni.
C’è un motivo se Hamilton ha voluto con sé proprio Santi sul podio in occasione della sua prima vittoria con la Rossa. Lewis è una persona molto intuitiva: si fa immediatamente un’idea delle persone che incontra, e difficilmente torna indietro. Con Santi la chimica è stata immediata. Sono così diversi per stessa ammissione di Hamilton: Santi timido, Lewis espressivo. E proprio per questo funzionano. Probabilmente Hamilton non pensava di poter trovare un’altra intesa così potente come quella che aveva con Peter Bonnington. Ma il fatto che abbia definito Santi il suo “Bono italiano” la dice lunga sul punto di riferimento che l’ingegnere italiano è diventato per un Hamilton la cui disposizione d’animo da un po’ di tempo a questa parte sembra cambiata.
Hamilton indossa le sue emozioni come se fossero gli abiti che sceglie con cura per presentarsi nel paddock. Non è difficile capire il suo umore quando si presenta alle media session. Lo scorso anno spesso era taciturno, e parlava con un tono di voce sommesso, tipico di quando le cose non girano. A Monaco e a Barcellona era sorridente, con tanta voglia di chiacchierare, di raccontare, di raccontarsi. Vedendolo così a Montmelò non abbiamo potuto fare a meno di pensare che i tempi fossero maturi per una vittoria.
Non è ovviamente solo questione di disposizione d’animo, ma anche della sua condotta in pista. A Monaco ci era risultato chiaro: era pronto per un risultato ancora migliore di un semplice podio. Sembra assurdo fare dei ragionamenti di questo genere su un pilota che ha vinto sette mondiali in carriera, ma lo scorso anno ha rappresentato un nadir da cui molti pensavano non si sarebbe ripreso. E invece eccoci qui. Liberato dal giogo delle auto a effetto suolo, Hamilton ha ritrovato sé stesso.
Come si svilupperà questo intreccio dipende da tanti fattori, molti dei quali fuori dal controllo di Hamilton. Si intravedono dei temi che potrebbero avere un peso notevole, a cominciare dai problemi di affidabilità della power unit Mercedes, che non possono essere più derubricati a questioni di integrazione che riguardano solo le scuderie clienti. Ma c’è anche il nodo della power unit Ferrari, e dell’endotermico rivisto in arrivo a breve. Una cosa è certa: ad Hamilton la determinazione non manca. Lo si leggeva chiaramente negli occhi commossi con cui guardava i suoi uomini dal gradino più alto del podio di Barcellona.