"Chi dice che Schumacher vinceva da solo non capisce niente": il retroscena di Barrichello su Michael e l'insegnamento di Zanardi

"Chi dice che Schumacher vinceva da solo non capisce niente": il retroscena di Barrichello su Michael e l'insegnamento di Zanardi
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Rubens Barrichello torna in pista con la sua F2002 a Monza. E si apre in un fiume di ricordi sull'epoca d'oro della Ferrari, ma anche su Alex Zanardi, che ebbe un ruolo di rilievo nella sua scalata verso la F1
5 settembre 2026

“Arrivai qui per la prima volta un pomeriggio del 1992. Aspettavo una persona destinata a diventare molto importante per me. Doveva spiegarmi come guidare a Monza, perché era la prima volta per me qui con la Formula 3000. Era Alessandro Zanardi. Qui volava”. Seduto nell’hospitality della sua Ferrari a Monza, Rubens Barrichello è un fiume in piena di ricordi. Lo incontriamo a poche ore dal suo giro in pista con la Ferrari F2002, la vettura con cui vinse proprio qui. E la sua mente non può che rivolgersi all’uomo che lo introdusse ai segreti di questo circuito.

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“Sandro è stato una persona molto importante per me – spiega Barrichello ai media italiani selezionati, tra cui Automoto -. Alla fine, la decisione di guidare per il Barone Rampante nel 1992 non dipese solo dal fatto che si trattasse di un team italiano, ma anche dalla qualità. Zanardi era spesso con noi, e imparai molto da lui”. È un destino crudele, quello che ha colpito Zanardi. Una sorte infausta come quella di Schumacher, l’uomo di cui in questo weekend si celebrano i trent’anni dalla prima vittoria a Monza con la Rossa.

“Voi mi vedete sempre sorridente, ma quando penso alla famiglia di quei due piloti mi sento ancora più innamorato della vita. Io e Michael in sei anni insieme in Ferrari abbiamo vissuto una bellissima storia. Schumacher è stato troppo importante per la F1: dovremmo ricordarlo tutti i giorni”. Un rapporto, quello tra Schumacher e Barrichello, molto più conviviale di quello che avrebbero potuto suggerire le gerarchie interne alla Ferrari.

“Se c’era un mio amico e Michael era da solo, si sedeva a mangiare con noi – ricorda - È questo che ha reso magico il nostro lavoro insieme. Ho sentito tante volte dire a Michael “no, decide Rubens”. Dava senso di appartenenza. Andammo persino insieme a Disneyland a Orlando. Non lo si poteva immaginare da fuori, vedendoci nei nostri ruoli di numero uno e numero due”. E l’ambiente, che Barrichello definisce “ben organizzato”, aveva la sua importanza.

“Ross Brawn faceva il suo lavoro, Jean Todt il suo, Michael altrettanto. E poi quando l’aerodinamica non funzionava, non si puntava il dito contro qualcuno. Si perdeva e si vinceva insieme”. “Chi dice che Michael ha vinto e Rubens no non capisce niente – dice con fierezza -. Anche io sviluppavo la macchina. A quei tempi si percorrevano 600 km in un giorno, l’equivalente di un paio di GP. Al Mugello affrontare curve come l’Arrabbiata 2 con una certa stanchezza mentale non era una sfida semplice, ma era più divertente del simulatore”.

Con la sua F2002 pare che il tempo non passi mai. “Ho guidato la mia macchina in Austria e lo rifarò oggi. È tutto come allora, dai pedali al resto. Mi sembra che sia successo tutto ieri”. La sua preferita in assoluto, però è un’altra. “La miglior macchina di sempre per me è stata la F2003-GA con cui vinsi a Silverstone. Era una monoposto fantastica". DI quell’epopea di successo Barrichello conserva anche preziosi rapporti umani. “In Haas è pieno di ingegneri e meccanici che hanno lavorato con me. Sono andato da loro a vedere la gara di Fernando [il figlio, pilota di F3, ndr] e mi hanno offerto acqua, caffè, tutto. Sono le cose belle che lasci nella vita”.

Barrichello un ruolo di peso nella storia della Ferrari se lo è ritagliato, anche se da comprimario degli sfavillanti successi di Schumacher. Ma cosa ne pensa dei piloti che oggi vestono i colori della Rossa in F1, Lewis Hamilton e Charles Leclerc? “Dalla Ferrari sono passati piloti di primissimo livello che non hanno fatto la storia della Ferrari e altri che hanno lasciato il segno. Dipende dal momento. E oggi non posso che notare l’impegno di due piloti straordinari come Leclerc e Lewis”. Prima di congedarsi da noi per prepararsi alla sua passerella con la F2002, Barrichello si sofferma su un momento tragico della sua vita, il tremendo schianto nel weekend più buio della storia della F1 a Imola nel 1994.

In Brasile diciamo che i gatti hanno sette vite. Io ne perse tre o quattro. Oltre all’ictus nel 2018, ci fu anche l’incidente a Imola. A volte quando sono in giro mi capita di essere fermato da persone commosse, che mi raccontano che assistettero in tribuna allo schianto, convincendosi che fossi morto. Ringrazio Dio per essere una persona che ha lottato con tutti i suoi mezzi per tutta la vita, e che ha fatto appassionare i suoi figli a questo mondo”. Chissà se poteva immaginarselo tutto questo il giovane Rubens, quel giorno in cui a Monza attendeva Zanardi.

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