F1. Cosa rende Red Bull la squadra perfetta?

F1. Cosa rende Red Bull la squadra perfetta?
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Paolo Ciccarone
Al Gran Premio del Giappone, con sei gare d'anticipo, la Red Bull ha conquistato il titolo costruttori 2023. Ma cosa la rende così imbattibile?
24 settembre 2023

Il cruccio di Chris Horner? “Ce ne dicono dietro di tutti i colori, che rubiamo, che favoriamo un pilota rispetto a un altro, voci messe in giro ad arte per creare cattiva fama alla nostra squadra mentre in realtà è formata da gente fantastica che lavora con dedizione e passione”. Lo disse sullo schieramento di partenza del GP del Belgio, quando voci incontrollate spergiuravano che Red Bull avesse sforato il budget cap della passata stagione e invece, dai documenti della FIA, è risultato che tutti i team fossero in ordine: “C’è qualcuno che si diverte a mettere in giro queste stron…” ci disse amareggiato. Adesso che a Suzuka è andato in archivio il mondiale costruttori, con il sesto titolo iridato per la Red Bull, proviamo a capire quali sono i punti di forza della squadra.

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Adrian Newey: il gioiello

Dopo 12 titoli mondiali costruttori e il 13 piloti in arrivo, non c’è dubbio che Adrian Newey sia il gioiello di famiglia di Red Bull. Da qualche anno lavora come esterno, da consulente più che da responsabile del progetto, tanto che alcuni suoi “allievi” da James Key a Pierre Waché, spesso sono ricercati sul mercato dei tecnici. Il progettista ha dalla sua una capacità di leggere le regole, capire cosa serve e come realizzarle

Con ogni cambio regolamentare, ci ha sempre preso, o quasi. Anche se dal 2005 al 2010, primo mondiale Red Bull, anche lui ha toppato qualche macchina, senza dimenticare i trascorsi in McLaren e in Williams, segno che sbagliare è umano... Sono gli altri a perseverare. La sua visione è fatta di umiltà: spesso lo vedi sullo schieramento di partenza a guardare le auto rivali e a complimentarsi coi tecnici che hanno scovato qualche soluzione. Ovvero, si impara da tutti e non si finisce mai di imparare.

Honda: un motore perfetto

Dopo le figuracce iniziali del ritorno in F.1 da parte di Honda (col famoso GP engine di Alonso in McLaren), i giapponesi hanno proseguito nel loro lavoro, con il solito metodo nipponico. Per arrivare a 10, passando da 1 a 2 e poi 3, fino a giungere a 10 e immagazzinando tutte le esperienze raccolte. Al contrario, il metodo europeo (italiano in genere…) fa sì che dal punto 3 se intravedi qualcosa passi al 6 o al 7 e se toppi torni al 5.

Il sistema giapponese presuppone la perdita di tempo nella ricerca delle prestazioni, poi una volta raggiunte, le mantieni e le migliori. Cosa che è successa con la Red Bull e grazie anche al lavoro di supporto della Red Bull Power Train che ha sede in Austria e negli stabilimenti della AVL (che cura anche motori per altri costruttori e altre categorie, Ferrari e Lamborghini comprese…) hanno un vero e proprio centro ricerche avanzate fatto di tecnici di primo piano. Ecco che il metodo giapponese, la versatilità europea e i soldi hanno creato un bel mix.

Il team: guardate i pit stop per capire

La Red Bull ha spesso segnato i migliori tempi nei pit stop. Chi si è fermato al dato cronometrico non ha visto invece il dietro le quinte. Basta mettersi su una finestra sopra la corsia box per vedere come ogni meccanico, ogni persona addetta nel garage, abbia un proprio percorso. Dieci pit stop e vedrete sempre gli stessi meccanici fare la stessa strada, con gli stessi passi e coordinazione. Un balletto a ritmo di un motore, che nemmeno alla Scala con Roberto Bolle! Segno di una preparazione che non lascia niente al caso e che cura ogni dettaglio. Guardate i pit stop degli altri team, Mercedes si avvicina come metodo, Ferrari ha cercato di uguagliare quest’anno il sistema, ma la coordinazione e il sapere di ognuno dove mettersi, dove passare e quanti passi fare, sono ancora una caratteristica Red Bull che difficilmente si nota fuori o in TV. 

Lo stesso vale per le strategie, la visione di gara e dei rapporti fra i membri del team: sentire l’ingegner Lambiase parlare con Verstappen per avere una idea e fate il conto di quante volte Horner è intervenuto dal muretto, oppure quanto volte Helmut Marko in gara ha detto la sua? Mai, ma fa tendenza nelle interviste, ovvero qualcuno ci mette la faccia, magari fa polemiche dirottando l’attenzione, ma il team resta sempre coperto…

Max Verstappen: l’anello mancante

Per concretizzare tutti i risultati possibile, occorre un pilota che sia una garanzia, uno che quando gli dai qualcosa da guidare, la porti al limite e, soprattutto, capisca come. Perez in questa stagione non c’è riuscito spesso, Verstappen ha intuito il metodo di guida migliore. Chi dice che la Red Bull è stata fatta per il pilota olandese, non ha idea di cosa sia la F.1. Le macchine vengono progettate per andare forte, più vanno forte e più sono instabili e difficili. Se un pilota vuole adattarla al proprio stile, rischia di rallentarla. Invece il campione è quello che la esalta e capisce come sfruttarla al meglio. Il confronto fra Perez e Verstappen nasce da questa capacità.

Il messicano è uno vecchia scuola, cresciuto coi test in pista e dopo tanti anni ha un suo modo di guidare. Verstappen arriva da una generazione diversa, da giovane ha meno problemi ad adattarsi e ha la capacità di capire come fare andare più forte il mezzo a disposizione. Quel piccolo colpo di sterzo in ingresso curva, quasi a sbilanciare l’assetto e la distribuzione dei pesi, quel saper controllare il comportamento indotto della sua Red Bull fa la differenza con Perez che cerca di guidare al meglio ciò che ha. Ecco la differenza sostanziale fra i due e perché la Red Bull 2023 è l’arma perfetta.

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