F1. Il Gran Premio del Bahrain vissuto dal paddock di Sakhir

F1. Il Gran Premio del Bahrain vissuto dal paddock di Sakhir
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Paolo Ciccarone
Il Gran Premio del Bahrain entra nel vivo con le qualifiche in programma questo pomeriggio. Ecco gli appunti di viaggio direttamente da Sakhir
1 marzo 2024

Bahrain, venti anni dopo. Era il 4 aprile 2004 quando il primo GP del Golfo Persico andò in scena. Adesso, edizione del ventennale, la gara fa parte del panorama internazionale. Quella prima edizione fu all’insegna della scoperta. Dove fosse il Bahrain, tanto per cominciare. Poi come arrivarci. Una volta arrivati, navette dell’organizzazione per gli hotel previsti per la stampa. Per il pubblico, invece, avevano previsto l’alloggio su navi da crociera, perché la disponibilità alberghiera non era sufficiente per ospitare tutti. Non ce ne fu bisogno, anche perché di gente a vedere il GP ce ne era davvero poca. Ma il governo e il Principe Regnante della famiglia Al Khalifa, ha insistito e oggi, 20 anni dopo, del vecchio Bahrain resta qualche fotografia. Manama, la capitale del piccolo arcipelago che conta 26 isolotti per una superficie inferiore all’isola d’Elba, aveva 600 mila abitanti.

Oggi sono oltre 1,5 milioni. Quelli censiti, almeno, perché a vedere il traffico sembrano il triplo. Dalla sola strada che nel deserto collegava Manama a Sakhir, oggi c’è un intreccio di autostrade parallele e che si incrociano in vari tracciati. Che non portano da nessuna parte visto che quella che passa sul ponte che collega l’Arabia Saudita, continua ad essere unica. Il centro è cambiato completamente: gli hotel stampa di una volta, sporchi, fumosi, con…donnine incorporate, sono un ricordo. Hanno gli stessi nomi, ma sono stati abbattuti e ricostruiti in maniera moderna. Così come i palazzi. Che partono tutti dall’8 piano in poi. Perché? Perché i piani inferiori sono dedicati ai parcheggi degli abitanti e dei visitatori, per cui macchine in strada non ne vedi molte rispetto al traffico solito. L’aeroporto era una sorta di accampamento, oggi è un modernissimo edificio con tanti gate, servizi completi e area giochi bimbi nell’attesa dei voli intercontinentali. L’arrivo a Manama però ha riservato qualche sorpresa. L’accoglienza non è più quella di una volta, anche se le procedure sono semplificate. La corsia F.1 alla dogana semplifica l’accesso, ma sui trasporti hanno pasticciato abbastanza. Gli hotel media sono diventati solo due mentre con booking esistono tantissime possibilità con prezzi che vanno da 60 a 120 euro a notte, e si tratta di strutture valide. Se poi uno volesse esagerare, ci sono sempre i locali top. Il primo anno, per prenotare, arrivò una fattura da 5000 euro. “Guardi che l’amministrazione del giornale ritiene troppo caro il costo del soggiorno per il periodo del week end” avevamo scritto agli organizzatori. Si scusarono, perché i 5000 euro non erano per tutti i 5 i giorni ma era il costo a notte della stanza… Infatti siamo finiti in un Relax Inn che di relax, col casino che combinavano gli arabi in libera uscita giovedì e venerdì (che per loro è il week end) fra discoteche, risse, musica e sgommate, ce ne era gran poco.

In aeroporto, comunque, il solito pulmino Toyota diesel con autista indiano ci porta a destinazione, dopo aver girato per mezzo quartiere chiedendoci dove fosse l’albergo. Era appena arrivato e non conosceva la città. Al mattino dopo, con un freddo inusuale, si va al centro accrediti presso l’exibition center vicino al circuito. Anche qui l’indiano al volante fatica a capire dove andare, gli facciamo vedere il navigatore, arriviamo. Restiamo d’accordo che ci aspetta fuori per il tempo necessario a ritirare il pass. Infatti usciamo e se ne è andato lasciandoci nel deserto di una struttura dove non esistono shuttle né taxi. Fermiamo una vettura, gli chiediamo un passaggio, ci chiede dei soldi. Diciamo ok, arriviamo in pista e vuole essere pagato. Tiriamo fuori la carta di credito ma lui non ha il pos: “lasciato a casa” ci dice in un inglese stentato. “Ecco, bravo, va a casa a prenderlo che ti paghiamo” e lui va via… Entriamo e una orchestrina vestita di giallo suona mambo n.5 con le trombe a tutto volume. La sala stampa è la solita ma si aggiorna con tablet per segnare il posto, la connessione internet e macchinette del caffè a disposizione di tutti gratis.

Nel paddock troviamo Stefano Domenicali che dialoga con i tifosi. Sono ragazzi portatori di handicap che con i robottini guardano il paddock e dialogano con i personaggi del circus. Stefano è stato gentilissimo e disponibile, mostrando gran cuore con questi ragazzi sfortunati e resta a lungo a parlare con loro. Nel paddock, intanto, il kebab e le piadine alla nutella (avete letto bene, piadine…) sono a disposizione dei presenti, ma stupisce la presenza di statue in legno di elefanti col percorso indicato come se fosse un sentiero. Mai visti elefanti da queste parti. Una procace Dj spara musica a tutto volume ballando a ritmo di musica ma il meglio arriva la sera, col party ufficiale in spiaggia all’hotel Four Season. Roba di extralusso, ma il freddo tagliente consiglia tutti di stare al coperto. La vista è spettacolare sulla costa di Manama, l’isola è artificiale e sorge con ristoranti e passeggiate intorno. Di fronte c’è il Fish Market. Era un ristorantino di una stanza e mezza sopra l’hotel Crown Plaza ed era conosciuto da pochi. Adesso è un immenso ristorante con una zona centrale dove spunta ogni sorta di pesce, crostacei e altro. Non c’è che l’imbarazzo della scelta. Il problema? Il conto. Per un antipasto e un trancio di salmone, 75 euro a testa. Una volta non era così, ma si vede che col turismo hanno imparato certi meccanismi. Tipo al cambia valute. Prima ti fanno dei cambi peggiori delle peggiori quotazioni, poi ci sparano dentro il 10 per cento di commissione (vero Travelx?) poi spese aeroportuali. Perché di usare la carta di credito, fra taxi e ristoranti, non se ne parla spesso.

Vige anche qui la cultura del nero, non inteso come colore di pelle quanto di fatturato. I bus per il ritorno in hotel dal circuito sono un disastro. Autisti che non parlano inglese, non sanno dove andare, i motori diesel con le marce che vengono tirati a 12 mila giri (coi pistoni che escono dal vano motore…) e poi il traffico di rientro, con 50 minuti all’uscita del paddock ogni sera, ma almeno il catering col ristorante dedicato alla stampa è di alto livello, per cui esiste il modo per consolarsi. Lo sa bene il Principe Regnante. Che ci guarda e sorride. Nel paddock lo incontriamo e ci saluta: “Eccoti qua, sei sempre venuto in questi 20 anni, me lo ricordo bene. Ti aspetto per i prossimi 20”. Simpatico, lui. Perché si ricorda? Perché nella prima edizione stavamo parlando col Principe Alberto di Monaco, che ci aveva fatto superare il cordone di sicurezza. Da quel momento qualcuno crede che facciamo parte della famiglia reale monegasca… Non è così, ma meglio che resti fra noi. Non si sa mai…

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