F1. “Sono io o è la macchina?”: quando i dubbi tormentano anche i campioni come Lewis Hamilton

F1. “Sono io o è la macchina?”: quando i dubbi tormentano anche i campioni come Lewis Hamilton
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Lewis Hamilton ha ammesso di aver dubitato di sé stesso negli ultimi due anni, passati alle prese con monoposto capricciose. E anche altri piloti di Formula 1 potrebbero essersi posti la stessa domanda
29 novembre 2023

“Ci saranno sempre dei momenti in cui ti chiedi ‘Sono io o è la macchina?’”. La bellissima intervista a firma di Mark Hughes pubblicata da The Race restituisce un ritratto sincero di Lewis Hamilton, mostrando l’uomo che si nasconde dietro la maschera. Anche un pilota capace di vincere 103 gare in carriera può essere tormentato dalle ombre che si allungano per colpa di una monoposto con cui non ha il giusto feeling. Pure a lui è venuto da chiedersi se avesse ancora la stoffa giusta, quando era alla ricerca disperata del momento in cui “la magia succede davvero, quando diventi tutt’uno con la monoposto e nasce la scintilla. È straordinario, ed è quello che continui a cercare”.

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Chi prova una sensazione così potente al volante di una monoposto non può far altro che inseguirla ancora, anche se questa ricerca comporta l’affrontare una dura realtà. Nel caso di Hamilton, le intenzioni si sono scontrate con la cruda verità soprattutto in qualifica con la W14, meno capricciosa della monoposto che l’ha preceduta, ma comunque raramente in grado di far toccare a Hamilton i tasti giusti. E così lo stesso interrogativo che si è posto Hamilton è venuto in mente anche a noi, almeno per quanto riguarda il giro secco. Ma quella pole position tutta istinto, di grandissima classe, colta all’Hungaroring ci fa capire quanto sia ingeneroso pensare che la mancanza di acuti di Lewis sia dovuta al suo declino.

In Formula 1 avere la monoposto giusta per le mani fa tutto. Una vettura mediocre può solamente fare intuire le qualità di un pilota. O quantomeno, chi ha davvero un talento eccezionale con una monoposto eccellente può offrire delle prestazioni quasi sovrumane, che altri, anche a parità di mezzo, non potrebbero cogliere. Era vero per Hamilton ai tempi d’oro della Mercedes, e lo è oggi per Max Verstappen. La differenza tra un ottimo pilota e un’eccellenza di questo sport la si vede proprio con vetture che consentono a chi ne ha le potenzialità di far vedere qualcosa di incredibilmente speciale.

Con la sua Red Bull RB19, dall’anteriore preciso, quasi tagliente, Max Verstappen è in grado di esaltare al massimo uno stile di guida che si gioca tutto sull’instabilità al posteriore. Una caratteristica che, anziché mandarlo in confusione, lo esalta, dandogli il brivido del controllo. Ad altri piloti, l’imprevedibilità di una monoposto con queste caratteristiche mette in forte difficoltà. Lo ha spiegato bene Alexander Albon in una sua recente intervista, quanto la mancanza di fiducia nel comportamento in curva delle Red Bull che ha guidato lo rendesse un pilota molto più vulnerabile di quanto non lo sia oggi, in altri contesti.

Ma il quesito che ha tormentato Hamilton sicuramente torturerà anche un pilota meno talentuoso, come Sergio Perez, diventato l’ombra di sé stesso nel corso della stagione appena conclusa. Checo non sembra nemmeno lontanamente il pilota che con una monoposto sottosterzante a inizio 2022 aveva dato prove di forza. Quando si ha un pilota come Verstappen, è inevitabile andare verso le sue preferenze, perché può estrarre dal pacchetto qualcosa che un pilota di caratura inferiore come Perez non potrebbe mai ottenere. E allora il problema è di Perez, che paradossalmente è ancora meno efficace quando cerca di scimmiottare lo stile di guida di Max, finendo in overdrive. Sarebbe meno lento se non si sforzasse di essere più veloce. Ma come può davvero capirlo?

“Sono io o è la macchina?”, deve essersi chiesto anche Daniel Ricciardo, ai tempi in cui annaspava con delle McLaren che non gli consentivano di impiegare efficacemente il suo stile di guida, strozzando la rotazione più graduale in curva che preferisce. Per lui è subentrato un altro ordine di problema, visto che il suo approccio molto istintivo alla guida non gli ha permesso di adattare il modo in cui guidava. Se si pensa intensamente ai gesti banali che compongono le coreografie della nostra quotidianità, ci si può inceppare. Lo stesso è successo a lui: pensandoci troppo, la danza non era più fluida come una volta.

Ma c’è anche qualcun altro che potrebbe essersi posto la stessa domanda di Lewis. Nel momento in cui, per aver ragione della SF23, la Ferrari ha deciso di optare per un assetto sottosterzante, Charles Leclerc si è perso. Per ritrovarsi, ha avuto bisogno di una monoposto che, con qualche accorgimento, potesse adottare un set-up che assecondasse il suo incredibile senso per il giro secco. Lui sì, che conosce la sensazione di estasi di cui parla Hamilton, quando con la monoposto diventa una cosa sola, sciogliendo i nodi delle piste e muovendosi spinto dall’istinto, accarezzando il limite, senza superarlo solo per un soffio. Una sensazione così vale la pena inseguirla per una carriera intera. Anche quando si è tormentati da un interrogativo doloroso: “Sono io o è la macchina?”. Perché, dopotutto, questi dubbi si sciolgono come neve al sole con la macchina giusta per i veri talenti della F1.

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