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“Dato che lavoro proprio dietro l'angolo, ogni giorno, andando o tornando dal lavoro, seguivo con attenzione l'avanzamento dei lavori. Più ci avvicinavamo a quel giorno, più l'emozione cresceva per tutti”: così José Mourinho ha dato il benvenuto alla Formula 1 nella sua Madrid. Perché mentre lui si riappropriava della panchina del Real, che si allena a pochi passi dallo stabilimento fieristico di IFEMA, gli addetti ai lavori completavano gli ultimi dettagli della nuova pista del Madring. “Seguo la Formula 1 da un po' di tempo e ho assistito ad alcune gare, ma ovviamente questa è la prima volta qui”, ha aggiunto lo Special One.
Reduce da una settimana da sogno con la schiacciante vittoria sull’Inter e il trionfo, sempre in casa al Bernabéu, in Liga contro il Rayo Vallecano, José Mourinho non poteva che concludere il suo momento d'oro con l’evento più atteso del mese — prima del Clásico con il Barcellona di questo fine settimana — proprio nella capitale spagnola. La città ha preso vita lo scorso weekend, plasmandosi intorno ai motori e diventando il cuore del motorsport a quattro ruote. Per la prima volta, la Formula 1 ha corso sul tracciato cittadino del Madring: motori, puro agonismo in pista e soprattutto tanti ospiti speciali, tra cui due terzi della rosa dei Blancos. Da Jude Bellingham — con tanto di fratello Jobe — a Vinícius, Courtois, Valverde e tanti altri, tutti in fila per assistere al Gran Premio di Spagna. Gli stessi calciatori del Real Madrid che qualche settimana prima si erano lamentati del rumore della Formula 3 in azione per i test. Ma quando hanno visto il loro mister illuminarsi per la Formula 1 — di cui era stato già ospite qualche mese prima a Silverstone — hanno iniziato a cambiare idea anche loro.
Perché pallone e motori saranno anche mondi lontani, ma c'è un filo rosso che li unisce in modo indissolubile. E lui, che negli anni ha allenato Manchester United, Inter — con cui ha vinto il Triplete nel 2010 —, Chelsea e Roma, tra le varie altre squadre, non può che ammettere che c’è qualcosa che il calcio può e deve imparare dalla Formula 1. “C'è una pressione enorme per entrambi. Quando si parla di sport ai massimi livelli, si parla sempre di una pressione enorme. Ma ho la sensazione che loro, la Formula 1, siano un passo avanti a noi nel modo in cui affrontano i grandi momenti. Nel calcio ci chiudiamo troppo gli uni agli altri, anche per via della tradizione”, ha rivelato Mourinho a F1.com.
“Questi ragazzi [i piloti] sono sottoposti a una pressione enorme, ma prima di quel momento [in macchina] stanno insieme, incontrano persone, si occupano un po' di pubbliche relazioni, interagiscono con i media. Credo che dobbiamo imparare da loro: come riescono a essere rilassati e, mezz'ora dopo, trovarsi in macchina a lottare per la propria vita, assumendosi rischi enormi”. Basti pensare che i piloti, ogni volta che scendono in campo per un weekend di gara, parlano per ore con i giornalisti — dalle interviste esclusive alle media session — sia prima ancora che l’azione cominci, sia subito dopo essere scesi dalle vetture. Un passaggio obbligatorio per TV, testate online, carta stampata e conferenze stampa. Nel calcio, invece, quando inizia la preparazione della partita parlano solo il mister e uno o due calciatori scelti a turno dal club, con eventi promozionali decisamente più rari. Per i piloti di F1, al contrario, il contatto con media e tifosi è una costante.
Ma anche lo Special One, come i piloti, è abituato a questo contatto diretto. Da quando ha iniziato la sua carriera da allenatore sulla panchina del Benfica nel 2000, ne ha avuti di incontri — anche iconici e al veleno — davanti al microfono. D’altronde, dopo aver vinto oltre 25 trofei prestigiosi tra UEFA Champions League, Coppa UEFA/Europa League, Premier League, FA Cup, altri titoli nazionali e numerosi riconoscimenti individuali, può permettersi qualche battuta di troppo. Sarebbe però in grado di gestire il ruolo di team principal di una scuderia di Formula 1? “Non ne ho idea!”, ammette sorpreso Mourinho. “Devo solo imparare. Imparo con il presidente e CEO della F1, Stefano Domenicali, e gli faccio un sacco di domande. Ho cercato di imparare da tutti loro [le persone che incontro] e mi piace molto venire a vedere la F1”. Lo Special One, però, non è il tipo di ospite che guarda solo la gara: “A me piace venire qui dal venerdì, vedere le libere e poi le qualifiche. Perché così si può stare più vicini e interagire di più”. Consapevole del fatto che la domenica “è il loro giorno, e io desidero rispettare la privacy dei piloti”.
Piloti che lui conosce personalmente. “Ormai li conosco un po’ tutti, sono sempre stati gentilissimi con me nel corso degli anni”, continua Mou. “Ora ci stiamo avvicinando a persone nuove, a nuove generazioni, ma ho sempre percepito grande rispetto da parte loro”. E tra i volti del nuovo corso della Formula 1 c’è soprattutto Andrea Kimi Antonelli: basti pensare che prima della gara, non appena ha visto lo Special One in griglia, il giovane pilota bolognese ha corso ad abbracciarlo con l'entusiasmo genuino di chi riconosce un mito dello sport. Un affetto ricambiato da Mourinho, che sui propri canali social lo ha definito senza mezzi termini ‘bambino incredibile’ per celebrarne la straordinaria vittoria sul tracciato cittadino di Madrid.
Un successo arrivato al termine di una gara complessa, fatta di gestione, lucidità e prontezza nel cogliere l'opportunità decisiva sotto la Virtual Safety Car, in un weekend dove superare non era affatto scontato. Un'affermazione che ha allungato la sua corsa nel mondiale e che ne ha evidenziato quella maturità e quella fame di migliorarsi — qualità che Mourinho, maestro nel riconoscere la stoffa dei campioni fin da giovanissimi, non poteva certo farsi sfuggire. Un'attestazione di stima reciproca che va oltre le discipline: se perfino uno Special One abituato a vincere tutto e a gestire spogliatoi d'élite riconosce il valore, la freddezza sotto pressione e la straordinaria professionalità dei piloti di oggi, significa che il motorsport ha davvero qualcosa da insegnare al resto dello sport mondiale.