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La crisi che sta travolgendo le case automobilistiche cinesi si fa ogni giorno più profonda e manifesta effetti sorprendenti in un settore fino a pochi anni fa celebrato come locomotiva dell’innovazione globale.
Nonostante la Cina sia il più grande mercato mondiale di auto elettriche e ibride, i margini di profitto delle case automobilistiche sono schiacciati da una sovrapproduzione che supera di gran lunga la domanda interna e internazionale, costringendo molte aziende a guerre di prezzo che erodono i bilanci.
Negli ultimi anni, infatti, la redditività media per veicolo nel settore è precipitata a livelli storicamente bassi: nel 2025 l’industria automobilistica cinese ha registrato un margine medio di appena il 4,4%, una delle cifre più basse degli ultimi anni nonostante un aumento della produzione complessiva di oltre l’11% (stando ai dati della China Passenger Car Association). I rivenditori, dal canto loro, segnalano perdite crescenti, con un numero significativo di concessionari che non riescono a generare utili a causa di sconti aggressivi e pressione sui prezzi, soprattutto nel segmento delle auto elettriche.
La sovrapproduzione è al centro della dinamica che alimenta la crisi delle case automobilistiche cinesi. Politiche industriali orientate a obiettivi di crescita produttiva più che alla reale domanda di mercato hanno portato a un eccesso di capacità, con molte fabbriche che lavorano ben al di sotto della loro potenzialità.
Secondo Reuters, la spinta verso numeri di produzione sempre maggiori ha causato glut di veicoli in magazzino e pratiche commerciali “lose-lose” lungo tutta la filiera: dalle case madre ai concessionari sino ai fornitori dell’indotto, tutti subiscono la conseguenza di prezzi in caduta e margini compressi.
Le statistiche parlano chiaro: solo una minoranza dei produttori riesce a chiudere l’anno in attivo, mentre la gran parte è spinta in una spirale di riduzione dei prezzi per smaltire le scorte, in molti casi a costi che cancellano ogni profitto. Oltre alla competizione interna, questo fenomeno si riflette anche sulle relazioni commerciali internazionali, con l’Ue e gli Stati Uniti che hanno imposto tariffe e barriere per contenere l’export di EV a basso costo.
La pressione sui margini si traduce in una vera e propria guerra dei prezzi, con vendite per modelli che arrivano a tagliare il prezzo fino al 40% rispetto a listino originale per attirare acquirenti in un mercato domestico stagnante .
Secondo Le Monde, solo il 39% dei concessionari era redditizio nel 2024, e molti operatori raccontano di dover svendere veicoli per sopravvivere, in una vera e propria guerra dei prezzi interna. Il fenomeno, noto come “involuzione” o neijuan, descrive una competizione domestica sempre più aggressiva che erode i profitti e produce surplus difficili da smaltire, spingendo la Cina verso rischi di deflazione simili a quelli vissuti dal Giappone negli anni ’90.
La combinazione di crisi, sovrapproduzione e concorrenza interna estrema sta dunque ridisegnando l’intero settore auto. Non è solo una questione di numeri di vendita: la corsa ai ribassi ha effetti sistemici che mettono in discussione la sostenibilità a lungo termine di molte aziende. Analisti internazionali stimano che solo una frazione dei circa 120-130 marchi automobilistici attivi oggi in Cina resterà in piedi entro il 2030, con previsioni che parlano di appena una quindicina di brand in grado di sopravvivere alla concorrenza interna e alla pressione sui profitti .
Questo “shock competitivo” potrebbe trasformarsi in una fase di consolidamento industriale, dove solo chi riesce a innovare realmente o a differenziarsi riesce a sopravvivere. In questo contesto, molte case automobilistiche cinesi stanno cercando di riposizionarsi puntando su tecnologie proprietarie, efficienza dei costi o espansione internazionale, ma la strada resta incerta e tortuosa. Insomma, la sovrapproduzione non è soltanto un problema numerico di capacità impiantistica: è il sintomo di un modello economico che ha spinto troppo a lungo sulla quantità a discapito della redditività e della salute complessiva del settore.