Per inviarci segnalazioni, foto e video puoi contattarci su [email protected]
Ci sono notti in cui il silenzio di Padova viene squarciato da un suono inconfondibile, quello di un V8 meccanico, brutale e libero di cantare fino a 8.000 giri.
La responsabile di questa sinfonia a quattro ruote è la neonata Michelotto Gruppo 4 Tributo, un'auto che rappresenta molto più di un semplice restomod. È un triplice omaggio: al fondatore dell'azienda,Giuliano Michelotto, all'officina che da 50 anni sforna auto vincenti nel motorsport (inclusa la recente partecipazione alla 24 Ore di Le Mans) e alle 120 maestranze altamente specializzate che compongono oggi il gruppo.
In occasione della sua primissima uscita per un collaudo in notturna, sulla pista privata di un aeroporto a pochi chilometri dal quartier generale, abbiamo avuto il privilegio di scoprire i segreti di questa vettura a stretto contatto con il Direttore Tecnico Mattia Vendramin e l'Amministratore Delegato Giorgio Gomiero.
Rispetto all'originale Ferrari 308, il layout mantiene il V8 montato in posizione trasversale, ma il propulsore è stato completamente stravolto. La cilindrata è salita da 2.926 a 3.400 cc grazie a una profonda rielaborazione sia dell'alesaggio che della corsa, mantenendo però la classica distribuzione a due valvole per cilindro.
Nutrito da un sistema di iniezione elettronica moderno con otto iniettori separati, il motore eroga oggi una potenza di 380 CV e una coppia di 360 Nm. Per scaricare a terra questa furia è stato mantenuto il carter del cambio originale (integrato nella coppa dell'olio), ma gli ingranaggi interni sono stati sostituiti per trasformarlo in un vero e proprio cambio racing ad innesti frontali (con la classica prima marcia in basso e innesti a "clack").
Sotto la pelle, il lavoro ingegneristico è mastodontico. Il telaio originale è stato rivisto, rinforzato e irrigidito con l'aggiunta di un roll-bar a norma FIA. Le sospensioni adottano braccetti in acciaio, con geometrie inedite e portamozzi ricavati dal pieno. Tuttavia, il vero capolavoro della Michelotto è la leggerezza.
L'intera carrozzeria è realizzata in fibra di carbonio, mentre i passaruota interni sono in Kevlar per resistere ai detriti sollevati dalla pista. Il risultato sulla bilancia è sbalorditivo: l'auto pesa solo 950 kg in ordine di marcia, con un bilanciamento perfetto per una trazione posteriore da corsa (44% all'anteriore, 56% al posteriore). L'impianto frenante, volutamente tradizionale per feeling e progressività, sfrutta dischi autoventilanti in acciaio (345 mm davanti, 328 mm dietro) morsi da pinze a 4 pistoncini, incorniciati da cerchi da 18 pollici che calzano aggressivi pneumatici Pirelli Trofeo RS.
L'interno è un tempio del motorsport duro e puro, con l'abitacolo che è dominato dalla fibra di carbonio e da sedili racing, mentre il posto guida (storicamente disassato sul modello originale) è stato riallineato per garantire una posizione perfetta sul volante. La plancia mantiene il design originale ma introduce una strumentazione digitale moderna; geniale l'idea di trasformare i classici fusibili a vista dell'epoca in una fila di indicatori LED di design.
Alla guida, l'auto è un'esperienza sensoriale viscerale. Manca ogni tipo di filtro artificiale: niente servosterzo, niente servofreno. Il pilota è connesso direttamente con l'asfalto, costretto a gestire la ruvidità del cambio a innesti frontali e a domare una meccanica che risponde in modo istantaneo a ogni sollecitazione del gas.