Perché la Cina sta riempiendo gli stabilimenti automobilistici vuoti dell'Europa?

Perché la Cina sta riempiendo gli stabilimenti automobilistici vuoti dell'Europa?
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Gli stabilimenti automobilistici europei sempre più vuoti stanno attirando l'interesse della Cina. Le auto cinesi cercano spazio produttivo nel continente mentre l'Europa affronta la difficile transizione verso le auto elettriche. Siamo di fronte a nuove opportunità industriali o ad un rischio per il futuro del settore?
12 luglio 2026

La crisi produttiva dell'industria automobilistica europea sta aprendo una nuova fase nei rapporti tra Cina ed Europa. Mentre molti costruttori del Vecchio Continente si trovano con stabilimenti sottoutilizzati a causa del rallentamento della domanda e della complessa transizione verso le auto elettriche, le case automobilistiche del Dragone stanno cogliendo l'occasione per insediarsi direttamente nelle fabbriche europee.

Il loro obiettivo è duplice: aggirare (almeno in parte) le barriere commerciali e avvicinarsi ai mercati locali, sfruttando impianti già esistenti invece di costruirne di nuovi. Il fenomeno riguarda alcuni dei principali protagonisti delle auto cinesi, da BYD a Chery, passando per Dongfeng, Leapmotor e Xpeng, che stanno stringendo accordi con costruttori europei o rilevando siti produttivi dismessi.

Per molte aziende del continente questa rappresenta una soluzione per mantenere attive le linee di montaggio e salvaguardare migliaia di posti di lavoro. Per sindacati e osservatori industriali, però, cresce il timore che quella che oggi appare come una collaborazione possa trasformarsi nel tempo in una progressiva perdita di competenze tecnologiche e controllo industriale. Il settore automobilistico europeo occupa infatti circa 14 milioni di persone tra produzione diretta e indotto e resta uno dei pilastri dell'economia manifatturiera del continente.

Dalla Francia alla Spagna: la Cina guarda agli stabilimenti auto europei

Secondo quanto riportato da Bloomberg, gli accordi tra costruttori europei e marchi cinesi stanno diventando sempre più numerosi e strategici. Alcuni esempi? A Rennes, in Francia, lo storico impianto Stellantis che per decenni ha prodotto modelli Citroen inizierà dal 2028 ad assemblare vetture del marchio Voyah, controllato dal gruppo Dongfeng.

In Spagna, Chery ha rilevato l'ex stabilimento Nissan di Barcellona, mentre Stellantis ha già avviato collaborazioni con Leapmotor per produrre auto elettriche in Europa e valuta ulteriori sinergie in Francia, Italia e Spagna. Anche Volkswagen, alle prese con una capacità produttiva superiore alla domanda, non esclude di mettere a disposizione parte dei propri impianti ai costruttori cinesi.

Il cambiamento riflette una trasformazione profonda degli equilibri tecnologici. Se, infatti, per decenni i produttori europei hanno esportato know-how verso l'Asia, oggi sono le auto cinesi a offrire piattaforme software, tecnologie per le batterie e architetture elettriche considerate tra le più avanzate del settore. Per i manager delle case europee queste partnership rappresentano un modo per ridurre i costi, accelerare lo sviluppo di nuovi modelli e sfruttare stabilimenti che altrimenti rischierebbero di rimanere inattivi. Per molti lavoratori, invece, resta l'incertezza sul futuro dell'industria automobilistica europea e sul mantenimento delle competenze sviluppate negli ultimi decenni.

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Un futuro ancora tutto da scrivere

La presenza della Cina negli stabilimenti europei, tuttavia, non significa però che i costruttori cinesi abbiano già avviato una massiccia delocalizzazione produttiva. Il motivo è presto detto: gli investimenti industriali all'estero sono ancora molto inferiori rispetto al volume delle esportazioni di auto elettriche e batterie provenienti dalla Cina.

I dati del Rhodium Group mostrano che, nonostante tra il 2022 e il 2023 fossero stati annunciati investimenti medi per circa 33 miliardi di dollari all'anno, molte operazioni sono state rinviate o ridimensionate dopo l'introduzione dei dazi in Europa e negli Stati Uniti. Nell'ultimo decennio soltanto circa 85 miliardi di dollari di investimenti diretti esteri cinesi nel settore delle tecnologie pulite si sono effettivamente concretizzati, una cifra molto inferiore rispetto agli annunci iniziali.

Per questo motivo l'export continua a rappresentare la strategia principale delle auto cinesi, mentre l'apertura di nuovi impianti procede con maggiore cautela. Le fabbriche già esistenti in Europa diventano quindi una soluzione più rapida ed economicamente sostenibile rispetto alla costruzione di nuovi siti produttivi. È uno scenario tuttavia destinato a evolversi nei prossimi anni: se la domanda europea di auto elettriche  continuerà a crescere e le tensioni commerciali resteranno elevate, la collaborazione tra costruttori europei e cinesi potrebbe intensificarsi ancora. E in maniera più radicale.

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