Stellantis, i volumi italiani del 2025 sono stati ai minimi storici negli ultimi 70 anni

Stellantis, i volumi italiani del 2025 sono stati ai minimi storici negli ultimi 70 anni
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Nel 2025 l’output degli stabilimenti italiani del gruppo scende ai livelli degli anni ’50. Tra transizione di modelli, calo dei volumi e ricorso alla cassa integrazione, i sindacati chiedono investimenti e nuove assegnazioni
8 gennaio 2026

Per decenni l’Italia è stata una potenza dell’automotive europeo, trainata dall’allora Fiat e dal suo ecosistema di fabbriche, fornitori e indotto.

Oggi quella centralità appare lontana: per ritrovare volumi simili a quelli prodotti dagli stabilimenti Stellantis nel 2025 bisogna tornare indietro di settant’anni. Secondo i dati diffusi dalla Fim-Cisl, lo scorso anno dagli impianti italiani sono uscite appena 213.706 autovetture, il 24,5% in meno rispetto a un 2024 già definito “difficile”. Numeri che riportano il settore agli albori del boom economico: solo nel 1954 si contò una produzione inferiore, ma quel dato riguardava l’intera industria italiana dell’auto, non un singolo costruttore.

Il calo non arriva per caso. Già nel “Piano Italia”, Stellantis aveva indicato il 2025 come un anno penalizzato dalla transizione verso nuovi modelli e dall’aggiornamento delle linee produttive. La stessa società ha lasciato intendere che il 2026 dovrebbe segnare un’inversione di tendenza grazie all’arrivo di prodotti come la Fiat 500 ibrida e la Jeep Compass, che hanno iniziato a generare volumi positivi a fine 2025.

Allargando lo sguardo all’intera produzione dei veicoli – dunque non solo auto ma anche commerciali – il totale scende a 379.706 unità, il 20,1% in meno rispetto alle 475.090 del 2024. La contrazione colpisce soprattutto le autovetture, mentre i veicoli commerciali tengono meglio: nello stabilimento abruzzese di Atessa sono state prodotte 166.000 unità, con una flessione del 13,5%.

Nel quadro generale spicca una sola isola positiva: Mirafiori. La storica fabbrica torinese chiude il 2025 con 30.202 vetture (+16,5% rispetto alle 25.920 del 2024), grazie al recente lancio della 500 ibrida. Resta comunque evidente il ridimensionamento rispetto ai 94.710 esemplari del 2022 e agli 85.940 del 2023.

A Melfi il calo è del 47,2%, in parte mitigato dal nuovo avvio della produzione della Compass. Cassino registra un -27,9% con 19.364 unità, il peggior dato nella storia dello stabilimento. A Pomigliano si contano 131.180 vetture (-21,9%), con la Panda a fare da salvagente (112.690 unità, pari al 53% della produzione automobilistica nazionale) e la Tonale in flessione del 32%. In difficoltà anche Modena: circa 200 Maserati prodotte e un calo del 23,1%, nonostante le prospettive di rilancio legate al ritorno in linea delle GranCabrio e GranTurismo.

I numeri hanno ricadute dirette sull’occupazione

Nel 2025 sono aumentati il ricorso alla cassa integrazione e agli accordi di solidarietà, segno della difficoltà strutturale degli stabilimenti italiani in questa fase di transizione. Non bastano, per ora, gli spiragli aperti dai nuovi modelli: secondo la Fim-Cisl, serve un cambio di passo. "Occorrono investimenti aggiuntivi e nuove assegnazioni di modelli", avverte il segretario generale Ferdinando Uliano, chiedendo una verifica puntuale degli impegni presi su gigafactory e Maserati e un’accelerazione del nuovo piano industriale, atteso nel primo semestre 2026.

La sfida, in sintesi, riguarda il futuro stesso della manifattura automotive italiana: senza nuovi modelli, investimenti in ricerca e capacità di attrarre filiere europee della mobilità elettrica, il rischio è che gli anni ’50 non siano solo un paragone storico, ma un punto di ritorno stabile.

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