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C'è qualcosa di incredibilmente poetico in un foglietto di carta da pochi centimetri quadrati che oggi vale più dell'automobile a cui faceva riferimento. Il prossimo 30 gennaio, nella prestigiosa sala parigina di Drouot, andrà all'asta un documento che non ha nulla a che fare con la Apple, con i computer rivoluzionari o con gli smartphone che hanno cambiato il mondo. Eppure, proprio per questo, risulta straordinariamente prezioso.
Si tratta di un "Notice of Release of Liability" del California Department of Motor Vehicles, un modulo burocratico come ce ne sono milioni negli archivi americani. La differenza? Questo porta la firma autografa di Steve Jobs, vergata con una penna a sfera blu nella metà degli anni Novanta.
Il fondatore della Apple compilò quel foglio in qualità di esecutore testamentario dell'eredità paterna, autorizzando la vendita dell'automobile appartenuta a Paul Reinhold Jobs. Di suo pugno scrisse il nome del padre, il prezzo di cessione di 5.000 dollari e la propria qualifica di "executor". Il resto del documento, compresi i dati del veicolo e l'indirizzo della leggendaria casa di famiglia a Los Altos, fu completato da un'altra mano.
La stima d'asta oscilla tra 8.000 e 10.000 dollari, una cifra che potrebbe sembrare modesta se paragonata ad altri cimeli legati al genio di Cupertino. Ma questo documento possiede qualcosa che i contratti milionari e i prototipi non hanno: l'intimità di un momento privato, il gesto quotidiano di un figlio che chiude i conti con l'eredità del padre scomparso.
Paul Reinhold Jobs se ne andò nel 1993, lasciando dietro di sé una vita fatta di lavoro manuale e principi solidi. Meccanico di automobili, veterano della Guardia Costiera statunitense, per un periodo anche venditore di auto usate, Paul aveva le mani sempre sporche di grasso e un rispetto quasi sacrale per il lavoro ben fatto. Fu lui, insieme alla moglie Clara, ad adottare Steve nel 1955, crescendolo in quel garage di Los Altos destinato a diventare il luogo di nascita della Apple.
Steve raccontò spesso come il padre lo portasse in officina a smontare e rimontare motori, insegnandogli una lezione che avrebbe plasmato l'intera filosofia dei prodotti Apple: "Bisogna fare le cose per bene, anche quelle che nessuno vede". Quella cura ossessiva per i dettagli invisibili, per la parte posteriore degli armadi come per i circuiti nascosti dentro un computer, nacque proprio in quel garage, tra bulloni e carburatori.
Il documento in vendita a Parigi arriva dalla liquidazione del patrimonio di Paul Jobs. A raccontarne l'origine è John Chovanec, fratellastro di Steve e figlio della seconda moglie di Paul, sposata nel 1990. "Quando vendemmo l'auto di Paul a degli amici di famiglia che abitavano in fondo alla strada, io presentai a Steve il modulo di liberatoria", ha ricordato Chovanec. "Lui lo compilò e firmò. Quando gli chiesi se volesse tenerlo, mi rispose di no, di conservarlo pure io".
Quel "no grazie" pronunciato con disinteresse ha permesso che un frammento di storia familiare sopravvivesse fino ai nostri giorni. Il foglietto conserva ancora la copia carbone allegata, sulla quale si intravede il fantasma di una seconda firma di Jobs, impressa involontariamente quando Steve firmò un altro documento appoggiandolo proprio sopra quello.
Sono dettagli minimi, quasi invisibili. Esattamente come quelli che Paul Jobs insegnò al figlio a curare con maniacale attenzione. E forse è proprio questo il valore autentico di quel modulo da pochi pollici quadrati: non celebra il genio visionario che rivoluzionò la tecnologia, ma il figlio che onorò la memoria del padre con un gesto ordinario, compilando un modulo come milioni di americani fanno ogni giorno. La grandezza, in fondo, si nasconde sempre nei dettagli.