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Lasci l’auto in aeroporto, parti per qualche giorno, atterri di notte, raggiungi il parcheggio e la trovi letteralmente fatta a pezzi. Non con un vetro rotto, non con una portiera forzata, ma smontata: fari, cofano, componenti del motore e parti della carrozzeria sparite. È quanto accaduto ad Andrea Montini, imprenditore bresciano che, secondo quanto riportato da alcune testate locali, ha ritrovato la propria BMW pesantemente danneggiata dopo averla lasciata nel parcheggio P3 Coperto dell’aeroporto di Orio al Serio.
Il caso ha fatto discutere non soltanto per l’entità del danno, stimato in decine di migliaia di euro, ma anche per il luogo in cui il fatto sarebbe avvenuto: un parcheggio aeroportuale a pagamento, aperto 24 ore su 24, con accesso regolato da sbarra e tariffa giornaliera. Un contesto che, almeno per molti automobilisti, viene percepito come più sicuro rispetto a un normale parcheggio su strada.
C’è però un dettaglio importante. All’ingresso del P3 Coperto, come mostra anche la foto diffusa dallo stesso automobilista coinvolto, il cartello riporta chiaramente la dicitura: “Parcheggio non custodito / Unattended parking area”. L’avviso si trova prima della sbarra e prima del ritiro del biglietto. Un particolare tutt’altro che secondario, perché sul piano giuridico può fare la differenza.
La domanda, allora, è inevitabile: se l’auto viene rubata, vandalizzata o addirittura smontata in un parcheggio a pagamento, chi paga davvero? Il proprietario dell’auto? L’assicurazione? Oppure il gestore del parcheggio?
La risposta più semplice sarebbe: dipende dal fatto che il parcheggio sia custodito o non custodito. Ma, in realtà, la questione è più complessa.
Quando si entra in un parcheggio a pagamento, anche senza firmare materialmente un contratto, si conclude comunque un rapporto contrattuale. Il gestore mette a disposizione un servizio, l’automobilista lo utilizza, ritira il biglietto o accede tramite sistemi automatici, lascia il veicolo e paga la tariffa.
Il punto è capire che tipo di contratto sia. In alcuni casi il parcheggio viene considerato una semplice messa a disposizione di uno spazio di sosta. In altri, invece, il rapporto può avvicinarsi al deposito, cioè a un contratto in cui chi riceve il bene ha anche l’obbligo di custodirlo e restituirlo.
È una differenza enorme. Se il gestore si limita a vendere uno spazio, non risponde automaticamente di furti o danneggiamenti. Se invece il rapporto viene qualificato, anche solo in concreto, come contratto con obbligo di custodia, allora il gestore può essere chiamato a rispondere nel caso in cui l’auto venga rubata, danneggiata o non restituita nelle condizioni in cui era stata lasciata.
Il pagamento della sosta, quindi, da solo non basta a far nascere automaticamente un obbligo di custodia. Ma neppure la scritta “non custodito” è sempre una formula magica capace di escludere ogni responsabilità.
La Cassazione ha affrontato più volte il tema. Un principio importante è stato fissato dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 14319 del 2011: se il parcheggio è chiaramente offerto come non custodito e l’avviso è percepibile dall’utente prima della conclusione del contratto, il gestore può non rispondere del furto del veicolo.
Tradotto: se prima di entrare è chiaro che si sta pagando soltanto per occupare uno spazio, e non per affidare l’auto alla custodia del gestore, il contratto non viene automaticamente trattato come deposito.
Questo principio è stato applicato soprattutto ai parcheggi pubblici o comunali senza custodia: aree di sosta a pagamento, spesso su strada o in spazi aperti, dove l’avviso “parcheggio incustodito” è esposto in modo visibile prima dell’accesso.
Ecco perché, nel caso di Orio al Serio, la foto del cartello è giuridicamente rilevante. La dicitura “Parcheggio non custodito” non sembra nascosta, né collocata soltanto all’interno dell’area o sul retro del ticket. È esposta prima della sbarra. Questo è un elemento che può giocare a favore del gestore.
Ma la partita non è necessariamente chiusa qui.
Un conto è lasciare l’auto sulle strisce blu. Un altro è entrare in un parcheggio aeroportuale, coperto, a pagamento, regolato da sbarre, aperto giorno e notte e destinato a soste anche di più giorni.
La giurisprudenza più recente tende infatti a guardare non solo alla dicitura formale, ma anche all’organizzazione concreta del servizio. In alcune decisioni, la Cassazione ha distinto i parcheggi pubblici incustoditi dai parcheggi privati, aeroportuali, multipiano o meccanizzati, nei quali la struttura del servizio può generare nell’automobilista un affidamento diverso.
Il punto non è soltanto chiedersi se ci fosse scritto “non custodito”. Il punto è capire se, per come il servizio viene presentato e organizzato, l’utente potesse ragionevolmente pensare di lasciare l’auto in un’area protetta, soggetta almeno a standard minimi di controllo e sicurezza.
Questo non significa che ogni parcheggio aeroportuale debba automaticamente risarcire qualsiasi danno. Ma significa che la valutazione non può ridursi a una frase stampata su un cartello.
C’è poi un altro elemento che rende il caso particolarmente delicato: la natura del danno. Qui non si parla di un graffio, di una portiera ammaccata o di un vetro infranto. Secondo quanto raccontato, l’auto sarebbe stata smontata in modo sistematico. Un’operazione del genere richiede tempo, strumenti, accesso al veicolo e una certa tranquillità di movimento.
È proprio questo aspetto a rendere la vicenda diversa dal classico furto improvviso. Perché anche laddove non vi sia un vero obbligo di custodia, potrebbe comunque porsi un tema di diligenza organizzativa: quali controlli erano previsti? C’erano telecamere? Funzionavano? Le immagini sono disponibili? Il passaggio di persone o mezzi sospetti è stato registrato? L’area era effettivamente monitorata, anche solo per ragioni di sicurezza generale?
Sono tutte domande che non trasformano automaticamente un parcheggio non custodito in un parcheggio custodito, ma che possono diventare rilevanti nel momento in cui il danno non appare come un evento istantaneo e imprevedibile.
Non si può dire in astratto. E soprattutto non lo si può dire senza vedere regolamento completo, condizioni contrattuali, segnaletica, ticket, eventuali clausole, sistemi di accesso e modalità concrete di gestione dell’area.
La presenza del cartello “parcheggio non custodito”, collocato prima della sbarra, è sicuramente un elemento forte a favore del gestore. Significa che l’automobilista è stato avvisato prima di entrare che il servizio non comprendeva formalmente la custodia del veicolo.
Dall’altra parte, però, ci sono elementi che potrebbero alimentare una contestazione: il parcheggio è aeroportuale, coperto, a pagamento, regolato da accesso automatico e destinato anche a soste prolungate. Inoltre, il danno lamentato non è marginale, ma estremamente grave e apparentemente frutto di un’azione prolungata.
La questione vera, quindi, non è se il cartello esista. Il cartello c’è. La questione è se, in un contesto del genere, basti davvero a escludere ogni forma di responsabilità.
In un caso simile, la prima cosa da fare è documentare tutto. Servono fotografie del veicolo, della posizione in cui era parcheggiato, dell’area circostante, del ticket, della ricevuta, dei cartelli presenti all’ingresso e all’interno del parcheggio.
Poi è necessario presentare denuncia alle forze dell’ordine e chiedere formalmente al gestore la conservazione delle eventuali immagini di videosorveglianza. È importante farlo subito, perché i sistemi di registrazione spesso conservano i filmati solo per un periodo limitato.
Va poi verificata la propria polizza assicurativa: furto, atti vandalici, eventi sociopolitici, cristalli, assistenza legale e coperture accessorie possono fare una grande differenza.
Infine, nei casi più gravi, può avere senso inviare una contestazione formale al gestore, chiedendo chiarimenti sulle misure di sicurezza presenti, sulle modalità di controllo dell’area e sulle condizioni contrattuali applicate al momento dell’ingresso.
Il caso della BMW smontata a Orio al Serio dimostra quanto sia delicato il rapporto tra automobilisti e gestori dei parcheggi a pagamento. Da una parte, il cartello “parcheggio non custodito” è un elemento serio, soprattutto se visibile prima dell’accesso. La Cassazione gli attribuisce un peso importante, perché serve a chiarire all’utente che il servizio acquistato non comprende la custodia del veicolo.
Dall’altra, però, non tutti i parcheggi sono uguali. Un’area aeroportuale a pagamento, coperta, regolata da sbarre e destinata a soste di più giorni non è percepita dall’automobilista come un semplice spazio lasciato al caso. E davanti a un’auto smontata pezzo per pezzo, la domanda sulla responsabilità del gestore diventa inevitabile.
La risposta, come spesso accade, dipende dal caso concreto. Ma una cosa è certa: il cartello “non custodito” conta. Ma in alcune situazioni potrebbe non bastare, da solo, a chiudere ogni discussione.