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Il dossier sulle auto a zero emissioni entro il 2035 torna a infiammare il dibattito politico europeo. La cosiddetta “maggioranza Ursula” al Parlamento europeo appare sempre più frammentata sul futuro dello stop ai motori endotermici. La norma, parte del pacchetto “Fit for 55”, prevede che dal 2035 tutte le nuove auto immatricolate nell’Unione europea non producano emissioni di CO₂ allo scarico.
Una misura cardine del Green Deal, già approvata a livello legislativo ma oggi nuovamente al centro di tensioni politiche e industriali. Il punto di frizione è chiaro: da un lato chi difende la linea dell’elettrificazione totale, dall’altro chi chiede una revisione del percorso per includere tecnologie alternative come e-fuel, biocarburanti e una maggiore flessibilità per il comparto automotive.
Il cuore della spaccatura politica riguarda proprio l’equilibrio tra obiettivi climatici e tenuta industriale. Paesi come Francia e Spagna spingono per mantenere intatto il percorso verso lo stop ai motori termici, mentre Germania e Italia risultano tra i più attivi nel chiedere modifiche al regolamento, soprattutto per salvaguardare la filiera produttiva europea e introdurre margini di neutralità tecnologica. All’interno del Parlamento europeo, questa divisione si riflette nella cosiddetta maggioranza che sostiene la Commissione guidata da Ursula von der Leyen.
Il Partito Popolare Europeo e alcune forze conservatrici e liberali chiedono una revisione del 2035, mentre i gruppi progressisti e verdi difendono la scadenza come elemento imprescindibile della transizione climatica. Il risultato è un quadro politico instabile, in cui ogni passo avanti verso una revisione rischia di riaprire il compromesso faticosamente raggiunto negli anni precedenti. Il dossier automotive, già approvato formalmente, torna così al centro di una negoziazione permanente.
La questione non è solo politica, ma profondamente industriale. L’automotive europeo rappresenta uno dei settori più esposti alla transizione energetica e alla concorrenza globale, in particolare da parte dei costruttori cinesi e statunitensi, sempre più aggressivi nel mercato delle auto elettriche. Le case automobilistiche europee chiedono maggiore chiarezza normativa e soprattutto flessibilità tecnologica, evidenziando il rischio di un rallentamento della domanda di auto nuove e di un impatto occupazionale significativo.
Allo stesso tempo, la Commissione europea continua a ribadire la centralità dell’obiettivo climatico, pur aprendo a meccanismi di monitoraggio e possibili aggiustamenti nel tempo del quadro regolatorio. In questo contesto, l’ipotesi di un’apertura strutturale a carburanti sintetici e biocarburanti diventa uno dei principali terreni di mediazione politica. Non una retromarcia sul 2035, ma un possibile “correttivo” per evitare uno strappo definitivo tra istituzioni, Stati membri e industria.
Il Parlamento europeo si prepara ora a una fase di revisione e confronto che potrebbe durare mesi. La Commissione dovrà monitorare l’impatto reale delle norme e valutare eventuali aggiustamenti tecnici e regolatori, mentre gli Stati membri continueranno a spingere per soluzioni differenziate. Il risultato è un equilibrio sempre più fragile: il 2035 resta formalmente confermato come anno chiave per lo stop ai motori a combustione, ma la sua applicazione concreta appare oggi tutt’altro che lineare.
La “partita” politica, come già evidenziato da più analisi di settore, sembra destinata ad andare ben oltre i tempi regolamentari, trasformandosi in una lunga fase di trattativa tra industria, governi e Bruxelles. Per l’automotive europeo si apre così una fase decisiva: non più solo transizione elettrica, ma anche scontro su modelli industriali, competitività e sovranità tecnologica. Una partita che, più che chiudersi nel 2035, rischia di entrare nei suoi veri supplementari.