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Un giovedì di vigilia ad Austin vissuto sul filo tra la consapevolezza dei limiti attuali e quell'incrollabile e quasi paradossale ottimismo che da sempre ne definisce il carattere. Fernando Alonso si presenta al Circuit of the Americas per il Gran Premio degli Stati Uniti, conscio delle fragilità della sua monoposto, reduce da fine settimana complessi e contrassegnati da noie di gestione energetica, erogazione del motore e un telaio dall'alto e dal basso rendimento. Eppure, a sei gare dal termine del Mondiale, l'asturiano non smette di cercare la solita crepa nel muro degli avversari in cui potersi infilare.
La diagnosi sui punti deboli della vettura è chiara e spietata. I problemi emersi nelle ultime uscite, legati all'erogazione di potenza in uscita di curva e al tempo di risposta del turbo — già evidenziati nei test di Sakura dopo le anomalie riscontrate sul tracciato di Madrid —, riflettono una situazione complessa dove non esistono soluzioni immediate. "La prima cosa fondamentale è capire i problemi: ora sono compresi, così come sono chiare le aree di miglioramento. Il punto vero, però, è riuscire a risolverli, ed è tutta un'altra storia. Sappiamo esattamente cosa ci manca: dobbiamo andare più veloci nelle curve e dobbiamo andare più veloci nei rettilinei. Ce lo dice chiaramente la telemetria GPS. A Singapore il motore non era affatto ottimale in uscita di curva, ma neppure il telaio era brillante nelle percorrenze, a differenza di quanto visto poco prima su piste come la Malesia, Budapest o Zandvoort”.
Un'altalena prestazionale che rende complessa la valutazione complessiva del pacchetto tecnico e impone un lavoro certosino sul set-up a partire dal venerdì. "I risultati del telaio sono stati molto altalenanti. Ci sono stati weekend in cui la gestione delle curve era ragionevole, altri con caratteristiche simili dove non eravamo minimamente competitivi. È difficile dare un voto al telaio: in alcune gare siamo stati in cima al gruppo di mezzo, in altre del tutto anonimi. Mancano sei gare e la macchina rimarrà sostanzialmente questa fino alla fine, quindi non ci aspettiamo stravolgimenti nei valori in campo. Si tratterà solo di massimizzare ogni singolo fine settimana”.
Se la competitività generale resta legata alle caratteristiche di ciascun tracciato, Alonso analizza con pragmatismo le prossime tappe del calendario, individuando nella pista del Nevada il vero ostacolo della stagione, mentre guarda ad Austin e ai prossimi appuntamenti con cauta speranza. "Non ho idea di cosa aspettarmi per il resto della stagione, ma una cosa la so con certezza: Las Vegas sarà la gara peggiore per noi per via dei lunghi rettilinei e della penalizzazione sul drag. Per le altre cinque è difficile fare previsioni. Comunque qui ad Austin sono ottimista: come sempre, il giovedì sono molto più fiducioso rispetto al sabato o alla domenica, non so perché! Sento che qui c'è una buona opportunità, e forse anche in Messico, dove i rettilinei non pesano così tanto, o in Qatar. Qui ad Austin ci sono solo due grandi allunghi, quindi il resto della pista ce la possiamo giocare”.
Non manca una parentesi sui rumor rimbalzati nelle ultime settimane riguardo a presunti test fuoristrada e a un ipotetico ritorno al Rally Dakar, alimentati dalle recenti sessioni svolte con piloti professionisti della categoria. Alonso smonta la questione riportando la discussione sul suo viscerale amore per il volante, pur senza nascondere il fascino per il raid più duro al mondo. "Praticamente ogni settimana salgo su un'auto da corsa: faccio tantissimo kart, ma non per questo ci sono voci di un mio impegno nel Mondiale Karting! A Barcellona ho guidato la storica F1 di Senna, ma non per questo farò l'Historic Grand Prix. Amo guidare, fa parte della mia natura. Detto ciò, la Dakar resta la sfida più difficile in assoluto per un pilota di Formula 1: non potrebbe essere più diversa in termini di tecnica di guida, lettura del terreno e gestione combinata di freno e acceleratore per stabilizzare il mezzo. È l'opposto della F1 ed è per questo che affascina. Tuttavia, è impossibile conciliare nello stesso anno due impegni titanici come la Formula 1 e la Dakar”.
In qualità di ambasciatore del motorsport spagnolo, Alonso ha speso parole al miele per la notizia dello sbarco della serie americana IndyCar al Circuit de Barcelona-Catalunya, cogliendo l'occasione per sottolineare il valore inestimabile dei tracciati tradizionali rispetto ai cittadini che stanno popolando il calendario di F1. "È una notizia bellissima per la Catalogna e per tutta la Spagna. Questo dimostra l'immenso vantaggio di avere un circuito permanente: vi si può girare 365 giorni all'anno, si ospitano eventi come il WEC, la MotoGP e ora l’IndyCar. Barcellona è vitale per il motorsport spagnolo: non potremmo sopravvivere senza. Serve ai giovani che muovono i primi passi dal kart alla Formula 4, alla FRECA o alla Formula 3. Per quanto riguarda la IndyCar, aprirsi all'Europa può essere un'opportunità di crescita, anche se la loro identità e il loro mercato chiave restano fortemente legati agli Stati Uniti, soprattutto per i costi enormi che comportano le trasferte transoceaniche per i team”.