Formula 1

F1, Abu Dhabi blindata per il GP. Ma valeva davvero la pena di correre così?

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Abu Dhabi blindata per il weekend di gara di Formula 1. Ma, viste le condizioni in cui si sono ritrovati gli addetti ai lavori, viene da chiedersi se ne valga davvero la pena

Dieci voli charter organizzati da Etihad, 1428 persone trasportate dal Bahrain ad Abu Dhabi per l'ultima gara della stagione e su tutto un senso di prigionia che aleggia sul personale del circus impegnato in questa prova. Nell'Emirato i protocolli di sicurezza Covid19 sono estremi, tanto che pure chi vive e lavora a Dubai, è costretto al confine con Abu Dhabi a sottoporsi ai test prima di essere ammesso. Un martirio che è già costato il posto di lavoro a tanta gente che faceva il pendolare fra le due città e in special modo al personale europeo dello Yas Marina Circuit, che sono stati licenziati dopo 10 anni di lavoro integerrimo e il tutto perché Abu Dhabi è blindato. Per ospitare l'ultima gara della stagione sono stati adottati dei protocolli molto restrittivi.

Tutto il personale ammesso al circuito deve aver fatto almeno 10 giorni di presenza in Bahrain altrimenti non sarebbe stata ammessa ad Abu Dhabi. I voli sono stati organizzati da Etihad (250 euro a testa il biglietto aereo) che ha predisposto un corridoio sanitario in cui solo il personale F.1, dai piloti (anche quelli con voli privati hanno dovuto sottostare alle regole) ai cuochi sono stati testati una volta all'arrivo, accompagnati in hotel e lì bloccati fino al risultato finale. Gli hotel in questione sono quelli fuori dal circuito: uno è riservato al personale, camerieri e cuochi, il resto al personale F.1. Team come Red Bull o Pirelli si sono trovati con coperte e cuscini ammuffiti, l'acqua della doccia è nera e maleodorante e la corrente non è stata ancora allacciata in tutte le stanze. Segno di una chiusura prolungata, priva di turisti e di una riapertura frettolosa solo per la F.1.

Non va meglio dal punto di vista logistico. Il circuito ha preso l'esclusiva delle derrate alimentari, tanto che i team sono costretti a comprare le vettovaglie dal circuito che a sua volta le compra dall'hotel Radisson Blue che a sua volta fa gli ordini in città, distante una trentina di km. Materiale che doveva arrivare lunedì, non è ancora stato consegnato alle squadre che mercoledì sera: sono ancora senza acqua e bevande, tanto per citare alcuni casi eclatanti. Per non dimenticare i prezzi, più alti del 30 per cento (per il costo del doppio servizio e doppio passaggio) rispetto a quanto normalmente spendono le squadre in loco comprando direttamente il materiale. Infine, una volta usciti dall'hotel, un percorso transennato e oscurato alla vista, è stato riservato al personale F.1 che non può fare un altro percorso.

Insomma, intrappolati in una sfera di sicurezza con parametri molto più rigidi rispetto a quelli già rigidi del Bahrain, che però ha lasciato maggiore autonomia a chi doveva lavorare. In questo contesto c'è chi fra il personale F.1 ha dovuto subire oltre 60 tamponi, con una media di uno ogni tre giorni, tanto che ormai scherzano dicendo che hanno le narici e il naso come una proboscide. Va bene la sicurezza, ma quando si arriva a certi livelli bisogna davvero chiedersi se ne vale la pena e sottoporre il personale a certi stress e tensioni sia corretto. Perché se i piloti usano voli privati e hanno i loro privilegi, la maggior parte di chi lavora lo fa in condizioni disagiate. Un minimo di rispetto sarebbe doveroso e se non si è in grado di garantire certi standard, sarebbe meglio saltare la gara.

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