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Ci sono luoghi in cui la storia non ha bisogno di presentazioni, si limita a respirare insieme alla folla. Per Fernando Alonso, approdare a Madrid per il primo Gran Premio della capitale spagnola non è semplicemente un’altra tappa sul calendario, ma una resa dei conti emotiva con un paese che ha letteralmente trasformato venticinque anni fa. Alla vigilia di un fine settimana che si preannuncia caldissimo, lo asturiano si presenta nel paddock con quella lucidità glaciale e al contempo intrisa di passione che lo ha reso un’icona imperfetta e amatissima.
Foto copertina: ANSA
Il tracciato cittadino madrileno è un'incognita affascinante, un nastro d'asfalto che promette adrenalina e muretti ravvicinati, ma la realtà della pista impone subito il filtro della concretezza. “Penso che la pista sia prima di tutto difficile da imparare. Molto tecnica, molto impegnativa sui cordoli e con un paio di sezioni ad alta velocità dove devi arrivare vicinissimo ai muri, il che è molto attraente e ad alto tasso di adrenalina per un pilota. Simile a Gedda in alcune sezioni", spiega Alonso sul layout della capitale. Tuttavia, lo spagnolo mantiene i piedi per terra sulla risposta dinamica della vettura: "Il simulatore è una cosa, poi la realtà ti dà sempre una sensazione diversa. L'aspetto principale sarà il livello di grip. Se la pista sarà troppo polverosa e sporca all'inizio, questo maschererà il processo di apprendimento e in un certo senso il divertimento, perché finisci per prenderti molti rischi indesiderati, dato che la macchina non risponde ai tuoi input”.
Anche sul fronte dello spettacolo in gara, lo asturiano non fa sconti. “Faccio fatica a credere che la gara di domenica sarà migliore della qualifica di sabato in termini di appagamento e sensazioni per il pilota. Tutti i circuiti cittadini premiano di più la qualifica. In questi anni le domeniche a volte sono divertenti da guardare perché con questo 'campionato delle batterie' ti ritrovi a superare per forza. Ci sono sorpassi non voluti. A Monza è successo anche a noi: ho fatto due o tre sorpassi e non volevo superare in quel punto, ma l'auto davanti aveva la batteria scarica e l'ho passata, anche se non era nei piani”.
Vetture complesse e gestione dell'energia che spesso mortificano il talento puro della guida, un tema su cui Fernando torna spesso con grande schiettezza: “Le auto attuali non sono le migliori da guidare e con cui divertirsi, ma il prossimo anno ci sarà un passo, spero, nella giusta direzione. Le auto tenderanno sempre a ricaricare le batterie nelle curve ad alta velocità e alla fine dei rettilinei per ottimizzare il tempo sul giro. Quindi ti ritrovi a ricaricare nei punti più problematici per lo spettacolo, andando contro l'intuito del pilota o la ricerca del limite”.
Inevitabile, poi, fare un salto nel tempo, ripensando a quando Fernando debuttò nel 2001 e la sua famiglia doveva sintonizzarsi sui canali tedeschi per seguire le gare, perché in Spagna la Formula 1 semplicemente non esisteva in TV. “Quando ho debuttato nel 2001, la mia famiglia guardava le mie gare su RTL, il canale tedesco, perché non c'era la diretta in Spagna. Questo vi dice quanto fosse piccola la Formula 1 vent'anni fa e quanto le cose siano cambiate. Non solo per i piloti, ma perché oggi il 5, 7 o 10% di meccanici e ingegneri in F1 sono spagnoli. Vincere gare e campionati dipende dall'avere la macchina giusta al momento giusto: ci sono 20 piloti qui e possono avere quell'opportunità. Ma la più grande eredità per me e per la mia carriera è il cambiamento generato in Spagna, dal karting alle monoposto, fino alle visite al mio museo. Ci sono molte cose fuori dall'auto che mi rendono più orgoglioso della mia carriera rispetto ai risultati stessi”.
Nonostante l'entusiasmo della piazza, la pista impone tuttavia una battuta d'arresto alle ambizioni di vittoria immediata. Vincere a Madrid sarebbe una favola – dopo i trionfi storici a Barcellona e Valencia – ma quest'anno non accadrà, e la squadra ne è pienamente consapevole. “Sarebbe bello, ma non succederà quest'anno. Ne siamo consapevoli e lavoreremo per avere un pacchetto più competitivo in futuro. Non abbiamo un obiettivo chiaro per questo weekend: veniamo da Budapest e Zandvoort dove la macchina ha fatto davvero bene, ma Monza è stata un'altra storia con i lunghi rettilinei. Madrid è una combinazione dei due scenari. Significa che potremmo essere tra la P12 e la P17, ma è tutto da scoprire. La cosa più importante per me è sbloccare più prestazione dalla macchina”.
Un futuro che resta la vera grande incognita sopra la testa di Fernando e del garage Aston Martin. Nessuna fretta nel firmare, nessuna urgenza dettata dalle mosse del mercato o dai movimenti degli altri piloti. “Non c'è alcuna urgenza. È una questione di capire quale impatto avranno le regole dal prossimo anno sulla guida e sulle gare. Allo stesso tempo devo pensare a quale sia il miglior programma per il prossimo anno. Mi siederò con la squadra per capire se sarà dietro al volante o in un altro ruolo che potrò aiutare di più. Sarà la cosa più importante da decidere insieme”. E alla nostra domanda se tra le opzioni per il 2027 possa esserci un programma con Aston Martin in altre categorie, magari nel WEC al posto della Formula 1, la risposta dell'asturiano arriva secca, senza filtri né esitazioni: “Sì”.