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Gli occhi di Andrea Kimi Antonelli comunicavano molto meglio di mille parole, nel giorno in cui è diventato il campione del mondo più giovane della storia della Formula 1. Ora che la polvere si è depositata su una giornata da brividi, ciò che resta sono istantanee vividissime, come il suo carattere. L’atmosfera era carica dell’elettricità di un’impresa titanica quando, in un paddock ancora pigro, come sempre di domenica mattina, Antonelli è arrivato nell’hospitality Mercedes. La sua espressione tradiva una certa tensione. Lo aveva ammesso lui stesso, d’altronde, che già in qualifica aveva accusato una pressione insolita.
Foto apertura: ANSA
Eravamo seduti con i suoi genitori, Marco e Veronica, per una chiacchierata insieme al resto della stampa italiana presente in Messico. Si dicevano tranquilli, derubricando il culmine della lotta mondiale del figlio alla solita dinamica, uguale in tutte le categorie. Ma quanto fossero veramente tesi lo abbiamo capito guardando con attenzione Marco ai box, mentre il figlio inforcava il casco per andare a schierarsi in griglia. Abbiamo rivisto la stessa espressione pietrificata che avevamo notato molti mesi prima, in Cina, quando Kimi stava per involarsi verso la prima vittoria in carriera. E non abbiamo potuto fare a meno di pensare a quanto fossero cambiate le cose, nel frattempo.
Il primo titolo mondiale di Antonelli all’epoca non era altro che un azzardo. Il favorito, una volta chiara la competitività della Mercedes, era George Russell. Non potevamo sapere, allora, che Kimi avrebbe saputo fare sua la W17 in un modo che Russell non avrebbe mai eguagliato. Viene quasi da chiedersi che mondiale avremmo visto, se Antonelli non avesse guidato la Mercedes. È l’incastro perfetto tra Kimi e la sua monoposto ad aver creato una coppia che ha annichilito la concorrenza per larga parte della stagione. La vettura, nelle mani di Russell, è sembrata quasi mediocre. E questo la dice lunga.
Non è solo il percepito di Antonelli a essere cambiato, in questi mesi. Anche Peter Bonnington, il suo ingegnere di pista, non è più lo stesso. L’uomo che ha lavorato con campioni del mondo come Jenson Button e Lewis Hamilton ha visto sciogliere la sua compostezza proverbialmente inglese di fronte al calore di Kimi. L’espansività di Antonelli non è un mistero: Kimi ha l’abbraccio facile. Nel tempo, Bono si è lasciato andare, mostrando un lato scherzoso, affettuoso. La generosità emotiva di Antonelli, d’altronde, è talmente grande da non lasciare indifferenti. Ma quando Kimi ieri è sceso dalla W17 in griglia, il suo ingegnere di pista era calato perfettamente nel ruolo.
Serviva la massima razionalità per contrastare la tensione, d’altronde. La stessa concretezza che Kimi ha sempre mostrato nel corso della sua cavalcata mondiale. Si è schierato con lo sguardo fiero per l’inno, accanto a Ollie Bearman, prima di mettersi al volante. Il contingente della stampa italiana, seduto in sala stampa, ha tenuto il fiato sospeso per l’intera corsa, e non solo per l’indubbia importanza giornalistica di quanto stava per avvenire. C’era della genuina commozione al traguardo, per un pilota che ha saputo farsi ben volere.
Nel corso della stagione che lo ha visto diventare l’iridato più giovane di sempre in F1, Antonelli si è sempre concesso con la sua proverbiale generosità alla stampa italiana, anche nei momenti meno semplici. E soprattutto, ha mostrato una spontaneità contagiosa. Era impossibile restare indifferenti vedendo lo sguardo commosso di Antonelli nel momento in cui sono risuonate le note di Nessun Dorma. Alla media pen si è creato un attimo di distrazione generale. Di pelle d’oca, anche per i colleghi stranieri.
Gli occhi di Antonelli, però, hanno parlato ancora di più riempiendosi di lacrime quando, in conferenza stampa, ha ricordato suo nonno. Era impossibile non provare uno slancio protettivo nei confronti di un giovane uomo che ricorda ancora da molto vicino il bambino minuto che, un giorno di tanti anni fa, sedette accanto a Toto Wolff nel box della Mercedes. Era in evidente sovraccarico emotivo Kimi, di fronte ai giornalisti. L’enormità di quello che aveva appena fatto non avrebbe potuto lasciarlo algido, indifferente. Antonelli non è così. Sa essere estremamente concreto ma fortemente in contatto con le sue emozioni allo stesso tempo.
Quando lo abbiamo ritrovato per una media session a fine giornata, i suoi occhi tradivano la gioia di chi non si stava ancora rendendo conto di cosa avesse fatto. Con lo stesso entusiasmo con cui nel corso dell’anno ci aveva raccontato minuzie della sua vita, ci ha parlato della volontà di tingersi i capelli per festeggiare, di portarsi a casa la sua W17. Il tutto interpellando a più riprese mamma e papà, seduti a un tavolo poco lontani, come farebbe il ragazzino che è stato fino a poco tempo fa. Che in qualche modo è ancora.
Antonelli è stato protagonista di un’impresa eccezionale. Vincere un mondiale a vent'anni non è semplicemente un traguardo difficile. Fino a ieri era inesplorato. Kimi ci è riuscito grazie a una velocità che sembra appartenergli naturalmente, ma anche alla capacità, meno appariscente e altrettanto preziosa, di imparare dai propri errori, di riprogrammarsi costantemente. Ha mostrato una maturità agonistica sorprendente, senza che questa gli facesse perdere la spontaneità che lo contraddistingue fuori dall’abitacolo.
Antonelli sa essere coriaceo senza diventare brusco, generoso senza essere ingenuo. E soprattutto non ha paura di mostrare le proprie emozioni. Lo abbiamo visto ieri, quando la tensione ha lasciato spazio alla commozione, e poi a una gioia quasi incredula. Negli occhi di Kimi c'era tutta la consapevolezza di un campione, ma anche lo stupore di un ragazzo che aveva appena realizzato il suo sogno più sfrenato. E che, forse, aveva ancora bisogno di un po' di tempo per rendersene conto.