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Nella fase finale della sua corsa verso il mondiale 2026 di Formula 1, Andrea Kimi Antonelli sta sfoggiando una qualità che ha contribuito alla rimonta iridata dello scorso anno di Max Verstappen. Ad Austin ha corso una gara da campione senza esserlo ancora nominalmente, come ha sottolineato Toto Wolff. Per diventarlo effettivamente in Messico sarà solo questione di mera formalità, grazie a un Gran Premio degli Stati Uniti dominato con una monoposto che continua a essere di difficile interpretazione. Vedendo Kimi in pista, era molto difficile rendersene conto. Bastava volgere lo sguardo verso George Russell, però, per capire la verità.
Con l’aggiornamento massiccio adottato dalla Mercedes a Sepang, la W17 è diventata una vettura di difficile interpretazione. È un copione che abbiamo già visto altre volte. I punti di carico in più non si traducono nel guadagno in termini di tempi sul giro che la simulazione suggeriva, visto che la monoposto diventa più complicata da gestire. La guidabilità è un fattore fondamentale in termini di performance e di fiducia nel mezzo. Ma Antonelli la capricciosa W17 la sa prendere per il verso giusto, andando a coprire le limitazioni della macchina, che nelle sue mani diventa più docile, anche se a tratti comunque scomposta.
È esattamente quello che Max Verstappen riusciva a fare lo scorso anno con la RB21, una vettura il cui picco di performance era sostanzialmente irraggiungibile per chiunque altro. A fronte di una monoposto che anche con i dati raccolti dalla prova estrema di comparazione di Singapore resta ostica, Antonelli ha aperto una forbice prestazionale notevole con Russell. Languiva nelle posizioni meno nobili della zona punti, il suo principale rivale per il titolo, alle prese con una lotta con Oscar Piastri, altro pilota che con questo regolamento tecnico non sembra trovare la quadra.
La gara di Russell si è complicata per una penalità di cinque secondi per aver guadagnato da un taglio di pista in partenza. Una sanzione che, a ben vedere, risulta abbastanza severa per l’effettiva manovra di un pilota che quest’anno è stato pure vessato dalla sfortuna. Il suo ottavo posto è una rappresentazione fedele di una stagione che avrebbe dovuto dominare e invece l’ha visto in forte inferiorità tecnica. La sua Monna Lisa, alla fine, non è mai riuscito a disegnarla. Ad accomodarsi sul podio con Antonelli sono stati Charles Leclerc e Max Verstappen, mai capaci di metterlo sotto pressione.
Leclerc è apparso piuttosto frustrato nel suo team radio dopo aver colto il secondo posto ad Austin, e non è difficile immaginarsi il perché. I piloti della Ferrari continuano a pagare lo scotto di qualifiche in cui la monoposto finisce sempre per plafonare tra Q2 e Q3. Quando la SF-26 viene portata al limite, diventa inefficace. La difficoltà nel mandare le gomme nella corretta finestra di utilizzo sul giro secco è uno dei limiti più grandi del progetto di Maranello per il 2026. E lo resta anche su piste su cui è possibile sorpassare, come Austin.
Dal canto suo, Verstappen si è ritrovato nuovamente alle prese con una vettura che paga l’incostanza della sua power unit. È vero che il motore firmato Red Bull vanta prestazioni di livello, ma la risposta del propulsore può generare dei grattacapi. È vero in partenza, con dei vistosi singhiozzi come quello che abbiamo visto ad Austin. Ma lo è soprattutto nella risposta dopo i cambi di marcia. Sono capricci che infastidiscono i piloti e che sono difficili da compensare, a differenza di quanto Kimi Antonelli è riuscito a fare con le magagne della sua W17, portandosi a un passo dal titolo.