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A vent’anni appena compiuti, c’è chi sta ancora cercando di capire che posto occupare nel mondo e chi, come Andrea Kimi Antonelli, ha imparato a tenerlo stretto a trecento all'ora senza mai dimenticare chi c'è sotto quella visiera. Oggi che la Formula 1 lo celebra come il più giovane Campione del Mondo della storia, la tentazione di piegarsi alla santificazione del prodigio è forte. Si parla di freddezza, di tempi sul giro, della precisione con cui ha guidato la sua Mercedes W17 fino al trionfo iridato. Ma i cronometri non sanno raccontare la paura. Non dicono nulla sui dubbi che ti si ripresentano la notte prima di una qualifica, né quando box quando senti che le cose non stanno andando come dovrebbero. Per capire chi è davvero Kimi, bisogna spegnere i riflettori del paddock e guardarlo per ciò che è sempre stato: un ragazzo di enorme talento, ma rimasto disarmantemente umano.
In un ambiente dove spesso persino i nomi dei piloti sembrano studiati da agenzie di marketing, la storia di quel "Kimi" restituisce subito il clima di casa sua. Nessuna costruzione a tavolino, nessun calcolo per richiamare i fasti del "Iceman" finlandese. Solo due amici, papà Marco ed Enrico Bertaggia, che parlano di corse e di vita, e un’intuizione che nasce per caso: “Ma perché non gli metti nome Kimi?”, “Kimi? E perché?” “Perché suona bene”.C'è tutta la Bologna verace e genuina in questo aneddoto. La storia di una famiglia dove l'asfalto non è mai stato un business da scalare, ma un linguaggio naturale con cui comunicare.
Un legame, quello con il padre, fatto di complicità fin dall'infanzia. È il 2014, Hockenheim. Kimi ha appena sette anni e l'accesso al paddock gli è vietato per ragioni di età. Papà Marco trova la soluzione: lo fa rannicchiare dentro una pila di pneumatici adagiati su un carrello e lo spinge oltre i controlli della sicurezza. Kimi resta lì, rannicchiato tra le gomme,trattenendo il respiro pur di essere lì dove si corre. Non sapeva che da quel carrello sarebbe iniziato un percorso che lo avrebbe portato a vivere nel paddock per i dieci anni successivi.
Ma crescerlo mantenendo i piedi per terra non è stato semplice. Per quanto Toto Wolff e la Mercedes abbiano intuito precocemente il suo potenziale, mettendolo sotto contratto a dodici anni e inserendolo in un programma costante di allenamenti e simulatori, la vera ancora di Kimi è rimasta la porta di casa a Casalecchio di Reno. È lì che si combatteva la battaglia per rimanere un adolescente normale. Mamma Veronica ha difeso con forza la sua semplicità: mentre il mondo attorno lo indicava come l'erede di Lewis Hamilton, a casa Kimi doveva studiare per preparare la maturità all'Istituto Salvemini, tra una sessione di telemetria e un volo per un Gran Premio. E poi c'è papà Marco, presente e fondamentale nel raddrizzare il tiro quando la foga prende il sopravvento, specie su quei track limits che sono stati a lungo il suo unico cono d'ombra. E infine Maggie, la sorellina di undici anni. Per lei, Kimi non è il pilota Mercedes: è il fratello con cui inventare storie quotidiane. Come quando a Riccione, per svuotare la sua bancarella di braccialetti fatti a mano, ha lanciato la promozione estiva regalando una cartolina autografata dal fratello ogni due acquisti, vendendo tutto in un'ora. Raccontandolo ai giornalisti nell'afa dell'Hungaroring, gli occhi di Kimi brillavano di orgoglio sincero per la furbizia della piccola di casa.
Per resistere alla pressione e alla solitudine dei box, Kimi ha costruito una rete di piccoli punti fermi. Al collo porta sempre due talismani: una catenina antica passata dal nonno a papà Marco e infine a lui, e una collana con un ciondolo a forma di coda di balena, regalo di mamma Veronica nel giorno del suo debutto assoluto. È il suo amuleto per i momenti difficili, il segno che il pensiero di casa lo accompagna ovunque.
E di protezione Kimi ne ha avuta bisogno, soprattutto durante la complessa estate del 2025. Nel circo della F1 moderna, la stampa internazionale, in particolare quella britannica, lo aveva sottoposto a un duro processo pubblico. A soli diciotto anni, ereditare il sedile di Hamilton ed essere catapultato in F1 senza la consueta gavetta lo aveva reso il bersaglio perfetto. Bastava un errore da rookie o una qualifica difficile per far scattare le sentenze: "non è pronto", "bruciato da Wolff". Il punto più basso si è consumato a Spa-Francorchamps: un weekend storto, tra problemi tecnici e la sensazione di non essere all'altezza, chiuso con la delusione nei box per il peso di aspettative enormi. “L'anno scorso a Spa ho probabilmente toccato il fondo, è stato un weekend difficilissimo dal punto di vista mentale”, avrebbe confessato un anno dopo, tornando su quello stesso podio con la coppa del vincitore in mano.
Fuori dalla vettura, il suo percorso è fatto di scelte e ritmi precisi. Come la scelta del numero 12 sulla scocca, portato in F4, in Regional e infine sulla sua Mercedes: un omaggio diretto al suo idolo Ayrton Senna. O come quel rito che compie prima di indossare il casco: sfilarsi dal caos del paddock, infilarsi le cuffie e far partire Can't Hold Us di Macklemore per isolarsi e trovare la concentrazione. Fino a quel piccolo cameo girato a dieci anni nel film Veloce come il vento con Stefano Accorsi, a dimostrazione di come le corse facessero parte del suo mondo fin da bambino.
Oggi che Andrea Kimi Antonelli ha conquistato il mondiale, la tentazione è quella di considerarlo un'icona distante. Ma la sua vera forza sta nell'essere rimasto se stesso. Quando guarderete le foto di lui che festeggia il titolo iridato con la W17, non cercate il pilota infallibile. Guardate i suoi occhi dietro la visiera: troverete ancora quel ragazzo che sorride per le furbate della sorella e che ha conquistato il mondo senza perdere la sua semplicità.