Per inviarci segnalazioni, foto e video puoi contattarci su info@moto.it
Il calendario della Formula 1 per la stagione 2026 sembra essere confermato sulla carta, ma la crescente tensione politica e militare in Medio Oriente continua a proiettare pesanti ombre sul finale di stagione. Presentarsi in Qatar e ad Abu Dhabi per le ultime due tappe appare, giorno dopo giorno, una sfida sempre più complessa sul piano della sicurezza.
La situazione nell'area mediorientale ha raggiunto livelli di estrema criticità a causa del conflitto tra Israele e Iran, la cui escalation bellica, iniziata lo scorso 28 febbraio, non accenna a placarsi. Le ostilità stanno coinvolgendo pesantemente i Paesi limitrofi, tra cui Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Bahrain, rendendo l'intera regione altamente instabile. A inizio anno, durante i test prestagionali a Sakhir, nessuno si aspettava di dover affrontare un quadro geopolitico così delicato e in continua evoluzione. L'aggravarsi della crisi ha già portato alla cancellazione di due appuntamenti chiave nel Golfo Persico, quelli in Arabia Saudita e in Bahrain, con la tappa di Sakhir recuperata a Sepang.
Nonostante le tappe di Lusail e Yas Marina siano rimaste a lungo in bilico, il CEO della Formula 1, Stefano Domenicali, ha ribadito ai microfoni di Sky Sport la volontà di mantenere la programmazione originale durante la gara in Malesia: "Così come la MotoGP sarà presente a Lusail, anche noi abbiamo preso la decisione di correre lì e a Yas Marina. Questa è la direzione che abbiamo deciso di intraprendere con le informazioni che abbiamo e con le assicurazioni che dobbiamo assolutamente avere. Applicheremo questa strategia fino alla fine dell'anno". Parole che cercano di trasmettere stabilità, mentre lo storico tracciato di Imola rimane sottotraccia come principale "Piano B" qualora la situazione dovesse precipitare definitivamente.
La stabilità auspicata è stata tuttavia messa a dura prova nelle ultime ore. Gli Houthi hanno rivendicato una serie di attacchi condotti con missili balistici, da crociera e droni contro le infrastrutture saudite, colpendo l'impianto Aramco di Dhahran, l'aeroporto Re Khalid e la raffineria Aramco di Riad, operazione poi confermata dal Ministero dell'Energia dell'Arabia Saudita. Gli stessi Houthi hanno già annunciato nuove offensive contro scali aeroportuali e siti petroliferi per i prossimi giorni. A destare particolare allarme nel Motorsport è la vicinanza geografica degli eventi: la sede centrale di Aramco a Dhahran, colpita nell'attacco e legata a doppio filo al Circus, anche come principale sponsor del team Aston Martin, dista appena 164 chilometri dal circuito di Lusail, che tra un mese dovrebbe ospitare il GP del Qatar.
Dinanzi a questo scenario, la FIA e i vertici della Formula 1 si trovano costretti a una riflessione profonda. Garantire la sicurezza di piloti, tecnici, personale dei team e migliaia di tifosi sta diventando un imperativo non più rinviabile: il rischio di procedere ad ogni costo in un'area a così alta intensità di conflitto è ormai troppo elevato per essere ignorato.