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Ad Austin il caldo texano non si misura solo con i gradi dell’asfalto del Circuit of the Americas, storica casa della Formula 1 negli Stati Uniti. Si misura soprattutto nel paddock, dove il rientro di Adrian Newey alla guida dell’Aston Martin porta con sé la densità delle grandi occasioni. Assente dalle conferenze ufficiali dalla fine di luglio in Ungheria, il progettista inglese torna a parlare, e lo fa senza peli sulla lingua.
Foto copertina: ANSA
Sullo sfondo ci sono i rimbalzi mediatici dell’autobiografia da poco pubblicata da Christian Horner. Il manager britannico, dopo un addio turbolento che ha visto entrambi scendere dal muretto della Red Bull, ha parlato nel suo libro di una "storia che si ripete", di Newey arrivato in Aston Martin in una squadra non ancora pronta per le sue idee più ambiziose, proprio come accadde all'inizio della sua avventura a Milton Keynes. E ha insinuato persino un senso di disorientamento per la scelta del tecnico di accasarsi a Silverstone. Newey, però, liquida l'argomento senza scomporsi, portando la conversazione sul terreno delle analogie strutturali più che sulle polemiche personali: “Non ho ancora letto nulla del libro”, mette subito in chiaro. Poi riflette sul parallelo tra la prima Red Bull e la sua Aston Martin attuale: “Ci sono effettivamente molte similitudini tra le due realtà. Entrambe le squadre hanno vissuto nella propria storia diversi momenti di turbolenza, con vari cambi di proprietà e di vertici aziendali. La vera sfida, oggi come allora, sta nel far lavorare tutti insieme, nell'abbattere i 'silos' aziendali e creare un ambiente integrato”.
Ed è proprio nell'armonia della fabbrica che Newey misura i primi veri successi del suo nuovo corso. “Sento che stiamo facendo enormi progressi. Si percepisce chiaramente che la squadra si sta unendo. Lo spirito all'interno degli uffici di ingegneria, in particolare, è fortissimo: c'è un continuo scambio di idee, la gente parla e collabora. Ora si respira un'aria dinamica, c'è un vero "buzz" in fabbrica. L'entusiasmo della struttura deve però fare i conti con la realtà della pista e con un pacchetto complessivo che cerca ancora il suo equilibrio perfetto. Dopo la bella prova di Sepang, il weekend amaro di Singapore ha lasciato strascichi da comprendere. A Austin, Newey evita i proclami: “Se Sepang è il nostro vero livello rispetto a Singapore? Ve lo dirò domenica pomeriggio”.
Il nodo centrale resta l'intesa e lo sviluppo della Power Unit con Honda. Il costruttore giapponese, secondo l'analisi di Newey, si trova in una fase complessa del suo rientro: “Ad essere del tutto onesti, in questo momento Honda è un po' più indietro rispetto a dove si trovava quando Red Bull la rilevò come team ufficiale nel 2019. Ma allora erano già al quarto anno dal rientro nel 2015, mentre questo è il loro primo anno effettivo dal ritorno. Bisogna essere positivi: è una grande azienda capace di cose eccezionali, come ha già dimostrato ampiamente in passato”.
A chi gli chiede se i vertici abbiano ottenuto garanzie per il futuro dopo i recenti summit aziendali in Giappone tra Lawrence Stroll e la dirigenza nipponica, Newey chiarisce l'approccio integrato necessario per la svolta: “È un lavoro di squadra. Sono d'accordo con la filosofia espressa dalla Ferrari: la prestazione complessiva non è fatta solo dai cavalli, ma dal tempo sul giro e da come l'intero pacchetto si sposa con il telaio. È chiaro che anche Honda sia un po' delusa da quanto progresso si sia riusciti a fare quest'anno, ma in queste situazioni la difficoltà non fa che rafforzare la determinazione. Non sono cose che cambiano dall'oggi al domani, ma ora ci sono le persone giuste e i processi giusti”.
Sulle scelte concettuali della vettura, Newey non si nasconde. Interpellato sull'assetto "high-rake" deliberato a inizio stagione e poi abbandonato con gli aggiornamenti portati in Ungheria, ammette: “È un'ottima osservazione. Quando sono arrivato a inizio marzo, la ricerca aerodinamica svolta fino a quel momento era quasi nulla. Abbiamo avuto un periodo di ricerca estremamente compresso prima della pausa estiva. Guardando i regolamenti, pensavo che una configurazione ad assetto picchiato più alto potesse funzionare: aveva dei punti di forza, ma ha mostrato anche delle debolezze. Così siamo tornati a quello che definirei un terreno intermedio”.
Infine, Newey si concede una riflessione carica di stima verso chi, al volante, continua a spingere oltre i limiti della fisica: Fernando Alonso. Il giudizio del progettista britannico sul due volte campione del mondo fotografa alla perfezione il valore aggiunto dei grandissimi della storia del motorsport. “Fernando è indiscutibilmente uno dei più grandi di sempre”, conclude Newey. “Come tutti i fuoriclasse con cui ho avuto la fortuna di lavorare, ciò che lo distingue dagli altri è la quantità di potenza di calcolo cerebrale che gli rimane libera mentre guida. Per portare al limite una macchina serve già una grande dose di cervello, ma nei grandissimi piloti tutto questo avviene nel subconscio. La mente conscia resta libera per elaborare la gara, capire come si comportano le gomme e gestire la strategia. Fernando appartiene esattamente a questa categoria”.