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Il conto alla pompa sale, le accise non arretrano e, come se non bastasse, adesso bisogna guardarsi le spalle anche da chi, approfittando della crisi e dei rincari, ha deciso di trasformare il rifornimento in una trappola chimica. I numeri snocciolati dalla Guardia di Finanza al termine di una vasta operazione di controllo, condotta tra il 1° marzo e il 31 luglio di quest'anno, disegnano uno scenario che va ben oltre la classica furbata di provincia. Parliamo di 1.371 operazioni, 265 denunce e oltre 20.000 tonnellate di prodotto contraffatto sequestrate in tutta Italia.
Ma il dato che più di tutti restituisce le proporzioni di questa epidemia silenziosa arriva dalla Capitale: in un piano di verifiche a campione sui distributori romani, un impianto su cinque è risultato pesantemente irregolare, portando al blocco di 10 tonnellate di idrocarburi in un solo colpo. Al centro di questo giro d'affari milionario c'è una miscela sofisticatissima che le forze dell'ordine hanno ribattezzato designer fuel.
Dimenticate la vecchia e ruspante pratica della benzina "annacquata" nel retrobottega con mezzi di fortuna. Il designer fuel è un'operazione chirurgica: si tratta di un carburante creato in laboratorio, manipolato chimicamente e addizionato con frazioni di idrocarburi estremamente pesanti. L'obiettivo visivo e olfattivo è quello di replicare il normale gasolio, ma lo scopo finale è prettamente fiscale.
Grazie a questa specifica composizione, infatti, la miscela viaggia su treni merci e autocisterne attraverso i confini venendo declassata ai fini doganali a semplice "olio lubrificante". Un espediente burocratico che permette alle organizzazioni criminali di aggirare totalmente il macigno delle accise, per poi immettere il prodotto illegalmente nella rete distributiva tradizionale, vendendolo agli automobilisti al medesimo prezzo di un litro di gasolio a norma.
Per arginare questa emorragia fiscale, l'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli è scesa in strada schierando veri e propri laboratori mobili: furgoni hi-tech attrezzati che prelevano campioni direttamente dalla pompa e, in appena mezz'ora, sono in grado di smascherare l'inganno chimico analizzando l'intera filiera.
Se l'Erario piange per le mancate entrate, chi sta al volante rischia di trovarsi con un danno da migliaia di euro. I moderni propulsori, dotati di sistemi di iniezione ad altissima pressione e tolleranze millimetriche, non possono digerire fluidi contaminati da scarti così pesanti. Il vero dramma è che questo carburante contraffatto è talmente "ingegnerizzato" da aggirare spesso persino i sensori di bordo: accade assai di rado, infatti, che la spia dell'acqua nel filtro del carburante si accenda per segnalare in tempo l'anomalia.
I sintomi arrivano, quasi sempre, direttamente dal comportamento dell'auto in marcia. Un'erogazione a scatti, un'andatura irregolare, un'improvvisa perdita di potenza o, nel peggiore dei casi, lo spegnimento totale del propulsore dopo pochi chilometri, sono i primi inequivocabili segnali che nel serbatoio è finito del designer fuel. In questi casi, la regola d'oro dettata dalle officine è una sola: fermarsi al primo sintomo. Continuare a premere sull'acceleratore sperando che il problema si risolva da solo significa condannare a morte il motore.
La difesa del consumatore passa necessariamente per un innalzamento della soglia di attenzione. Il mercato del carburante tagliato prolifera in quegli impianti trascurati, obsoleti o che espongono prezzi miracolosamente fuori mercato. Il consiglio è quello di rifornirsi presso distributori di reti note, dove la manutenzione e i controlli del gestore sono ciclici. Qualora però la frittata fosse ormai fatta, diventa vitale rivolgersi a un meccanico di fiducia per redigere una documentazione tecnica del danno: solo allegando quella, insieme alla ricevuta del rifornimento, sarà possibile sporgere denuncia formale alle Dogane e alla Guardia di Finanza.