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Il lungo inverno di Mercedes non accenna a finire. Tra dazi statunitensi, vendite di auto in forte calo in Cina e una strategia focalizzata sui modelli di fascia alta che ha perso slancio, il colosso tedesco si trova a fronteggiare una delle fasi più complesse degli ultimi anni.
Dopo aver puntato su veicoli premium per aumentare la redditività, la casa di Stoccarda deve ora fare i conti con margini dimezzati, concorrenza cinese sempre più aggressiva e un contesto globale segnato da instabilità commerciale e valutaria.
Secondo quanto riportato dal Financial Times, Mercedes-Benz ha chiuso il 2025 con un crollo del 57,2% dell’utile operativo, sceso a 5,8 miliardi di euro, mentre l’utile netto è calato del 48,8% a 5,3 miliardi. Il margine operativo della divisione auto, che nel 2022 aveva toccato il 14,6%, è sceso al 5% nel 2025 e per il 2026 il gruppo prevede un ulteriore ridimensionamento verso una forchetta tra il 3% e il 5%. Un ridimensionamento drastico, questo, per un marchio che aveva costruito la propria strategia sull’“elevazione del mix”, ovvero sulla vendita di modelli top di gamma ad alto margine.
Scendendo nei dettagli, le vendite globali di auto Mercedes sono diminuite del 9,2% nel 2025. Il dato più preoccupante riguarda tuttavia la Cina, dove il calo è stato del 19%. Proprio nel principale mercato mondiale dell’auto, i costruttori locali stanno erodendo quote alle case europee con modelli elettrici premium più competitivi sul piano tecnologico e del prezzo.
Attenzione però, perché a pesare sui conti di Mercedes non è solo la debolezza della domanda in Cina, ma anche l’impatto dei dazi. La società ha dichiarato che nel 2025 i costi legati alle tariffe commerciali hanno raggiunto circa 1 miliardo di euro, una cifra che si somma agli effetti negativi dei cambi valutari per quasi 1,5 miliardi nella divisione automotive.
Come evidenziato da Cnbc, il gruppo ha registrato ricavi per 132,2 miliardi di euro e un free cash flow industriale di 5,4 miliardi, ma le prospettive restano caute: per il 2026 Mercedes prevede ricavi stabili e un ritorno sulle vendite tra il 3% e il 5%, al di sotto delle ambizioni di medio termine fissate tra l’8% e il 10%.
L’amministratore delegato Ola Kallenius ha parlato di un “contesto dinamico e sfidante”, sottolineando la necessità di maggiore efficienza, velocità e flessibilità. La strategia di concentrazione sui modelli di lusso, che doveva proteggere i margini dalla volatilità dei volumi, si è scontrata con la realtà di un mercato cinese sempre più sofisticato e patriottico nei consumi.
I brand locali hanno scalato rapidamente il segmento premium elettrico, offrendo software avanzati, autonomia competitiva e prezzi più aggressivi. In questo scenario, il vantaggio storico di Mercedes nel design e nell’ingegneria meccanica non è più sufficiente a garantire la leadership. La transizione verso l’elettrico, inoltre, si sta rivelando più lenta e costosa del previsto in Europa e negli Stati Uniti, comprimendo ulteriormente i margini.
Per reagire, Mercedes ha annunciato un’offensiva di prodotto con circa 40 nuovi modelli tra il 2025 e il 2027, basati su piattaforme software aggiornate. Il gruppo punta anche a localizzare maggiormente la produzione in Cina per ridurre i costi, pur escludendo al momento l’export verso Stati Uniti ed Europa.
Nel frattempo, un piano di ristrutturazione ha già generato 3,5 miliardi di euro di risparmi, ma non è bastato a compensare il calo dei volumi e l’impatto dei dazi. La crisi di Mercedes è emblematica delle difficoltà che stanno attraversando le case europee dell’auto: costi di produzione in aumento, concorrenza cinese sull’elettrico e nuove barriere commerciali che ridisegnano le catene del valore. Se la Cina rallenta e i dazi restano, la scommessa sul lusso rischia di non bastare.
Per Mercedes, il 2026 si preannuncia come un altro anno di transizione o, meglio ancora, l’ennesimo anno di fuoco.