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La Ferrari Luce è forse l'automobile più discussa degli ultimi vent'anni. Una berlina elettrica che ha spaccato il mondo dell'automotive in due fazioni nette: chi la celebra come una svolta coraggiosa e lungimirante, e chi la ritiene un tradimento dell'identità più profonda del Cavallino Rampante. Per capire davvero cosa rappresenta questo oggetto — perché di oggetto si tratta, nel senso più nobile del termine — abbiamo incontrato Giorgetto Giugiaro, il designer automobilistico più influente della storia, l'uomo che ha dato forma alla Golf, alla Panda, alla Delorean, all'Espace e a centinaia di altre automobili che hanno cambiato il corso dell'industria.
Il maestro non si è sottratto al giudizio, né ha usato mezze misure. Con la consueta lucidità e quella rara capacità di leggere i fenomeni culturali oltre la superficie del metallo e della plastica, Giugiaro ha offerto una lettura della Ferrari Luce che va ben oltre il semplice pollice su o pollice giù. È una riflessione sull'identità dei brand, sul coraggio industriale, sulla funzionalità come valore supremo e sul ruolo dell'automobile nella società contemporanea.
Quando si parla di Ferrari, il cervello di chi ama le automobili attiva automaticamente un codice visivo ben preciso: linee aggressive, superfici tese, profili bassi e muscolosi, una silhouette che comunica velocità anche da ferma. La Luce rompe questo codice in modo radicale, e Giugiaro è il primo a riconoscerlo senza per questo condannare la scelta. "Ha sorpreso un po' tutti perché tutti si aspettano quella forma architettonica molto sportiva, molto aggressiva", ammette il maestro, "con un contesto ovviamente di grande tecnologia. La maggioranza della gente ha un'aspettativa normale, abituata a vedere le Ferrari, vede questa vettura e rimane perplessa."
Ma la perplessità, secondo Giugiaro, non equivale a un giudizio negativo definitivo. Anzi, è il sintomo di qualcosa di più complesso: la difficoltà del pubblico di accettare che un brand possa scegliere di essere qualcosa di diverso da quello che è sempre stato. "Ogni brand ha la possibilità di fare anche delle cose controcorrente", spiega, "rivolgendosi forse a persone che non vogliono emergere esteticamente, aggressivamente, ma amano la tecnologia." È un argomento solidissimo: esiste un segmento di clientela ultra-premium che non ha bisogno di ostentare la potenza attraverso le forme. Clienti per i quali il simbolo sul cofano dice già tutto, e che cercano invece un'integrazione discreta ma tecnologicamente sofisticata nel loro stile di vita. La Ferrari Luce si rivolge a loro.
Ed è qui che Giugiaro introduce il concetto più dirompente dell'intera intervista: "Ho telefonato a Vigna dicendo, guardi, lei ha un coraggio da leone perché pensare è un prodotto che va al di fuori delle aspettative." Il coraggio, per Giugiaro, è sempre stato un valore supremo nel design e nell'industria. Fare ciò che tutti si aspettano è il compito più facile del mondo; fare esattamente il contrario, rischiando la reazione violenta degli appassionati, è un atto di leadership che merita rispetto, indipendentemente dal giudizio estetico che ne deriva.
Se sul piano del coraggio imprenditoriale Giugiaro è generoso con Ferrari, sul fronte puramente estetico il maestro non risparmia la sua franchezza. La Ferrari Luce è stata disegnata dal team Love From, lo studio fondato da Jony Ive — il leggendario designer che ha dato forma all'iPhone, all'iPod e a tutta l'estetica Apple degli ultimi trent'anni. Una scelta precisa da parte di Ferrari per affidarsi a creativi abituati a pensare a prodotti di consumo digitale, non ad automobili.
E qui Giugiaro esprime un giudizio netto: "Direi che un ragazzino alle prime armi fa anche di meglio. Non è una vettura che, al di là dell'aggressività, ha qualcosa di eccezionale. È modesta, è tranquilla." Non è tanto la mancanza di sportività a infastidire il maestro — che come abbiamo visto capisce e rispetta la direzione scelta da Ferrari — quanto la mancanza di quella qualità formale che distingue il design visionario dal design ordinario. Fare una berlina discreta non significa fare una berlina banale: e su questo punto, Giugiaro sembra ritenere che il team di Love From abbia mancato il bersaglio.
La questione, spiega Giugiaro, è che i designer coinvolti "non hanno niente di esperienza nell'auto, ma sono dei guru in un contesto di tecnologie, di oggetti che non si muovono, che non hanno l'omologazione che è molto importante perché l'automobile è un mezzo pericoloso." Progettare un'automobile non è come progettare uno smartphone o un laptop: ci sono vincoli aerodinamici, di sicurezza passiva, di visibilità, di omologazione internazionale che non esistono nel mondo del consumer electronics. Questi vincoli, per chi non li conosce profondamente, possono generare soluzioni formali che appaiono ingenue o incompiute agli occhi degli esperti del settore.
Eppure — ed è qui la sottigliezza del pensiero di Giugiaro — la critica al design non inficia il rispetto per la strategia industriale. "Si poteva affidare a chi aveva anche la capacità di fare un oggetto senza spingerlo a imitare questo mondo aggressivo di prodotti", ammette. La direzione era giusta. L'esecuzione poteva essere migliore.
Il filo rosso che attraversa tutta la carriera di Giugiaro — e che emerge con forza anche in questa conversazione — è la supremazia della funzionalità sull'estetica. Non che Giugiaro sia indifferente alla bellezza: sarebbe un'assurdità dirlo dell'uomo che ha disegnato la Maserati Ghibli, la BMW M1, la Lotus Esprit. Ma nella sua visione del design, la funzione è sempre il punto di partenza, e la bellezza è la conseguenza naturale di un'analisi funzionale condotta con intelligenza e rigore.
Non a caso, quando gli si chiede quale sia la migliore automobile che abbia mai disegnato, Giugiaro risponde senza esitazione: "La Panda." Una risposta che scandalizza molti, ma che il maestro difende con un argomento inattaccabile: la Fiat Panda è un'auto che ha risposto perfettamente alle esigenze reali di milioni di persone, combinando semplicità, praticità, economicità e un'intelligenza formale che ha resistito al tempo. L'estetica al servizio della funzione, non la funzione sacrificata all'estetica.
In questo contesto, la rivelazione che Giugiaro possiede e guida un Tesla Cybertruck appare meno sorprendente di quanto sembri. "Con il traffico che c'è, con i problemi che ci sono, ma che cacchio me ne frega di andare sdraiato per terra mentre sono in colonna a sudare? Io viaggio con una vettura alta, non ho più l'imbarazzo dell'estetica, ho l'imbarazzo della scelta: funzionalità, ergonomia, muovermi bene, servizio ottimale." Parole che suonano quasi come un manifesto: l'automobile del futuro non deve essere bella secondo i canoni tradizionali, deve essere efficace, confortevole, integrata nella vita dell'utente.
È interessante notare come Giugiaro riconosca nel Cybertruck — esteticamente lontanissimo dalla sua sensibilità formale — degli echi della propria filosofia progettuale. Del resto, il maestro ha sempre amato sperimentare con le superfici piatte e gli origami metallici: lo dimostra la sua Maserati Boomerang del 1972, la Asso di Picche, la stessa DeLorean DMC-12. La funzionalità come estetica, l'estetica come funzione: un cortocircuito virtuoso che produce oggetti memorabili.
Nella conversazione emerge un tema che tocca il cuore dell'identità dei brand automobilistici: il rapporto tra tradizione e innovazione, tra aspettativa del pubblico e volontà creativa dell'azienda. Giugiaro usa una metafora chirurgica che vale la pena riportare per intero: "La Ferrari è come un grande chirurgo che può fare un'operazione a un dito anche se di solito opera cuori e polmoni. Non è che uno che opera il cuore non può occuparsi di aggiustare un dito."
La grandezza di un brand non si misura dalla sua capacità di ripetere se stesso all'infinito, ma dalla libertà di esplorare territori nuovi senza perdere la propria identità di fondo. Ferrari è Ferrari non perché fa sempre automobili con certi parametri estetici o prestazionali, ma perché tutto ciò che fa Ferrari porta con sé un livello di eccellenza, di cura, di tecnologia che nessun altro può eguagliare. La Luce, con tutta la sua diversità formale, è comunque una Ferrari: "hanno fatto un capolavoro di tecnologia", dice Giugiaro.
Il maestro porta anche l'esempio di Lancia, brand che ha vissuto una trasformazione traumatica dopo l'acquisizione da parte di Fiat: "Mi ricordo che la prima vettura presentata al salone vedevo cinque o sei persone che aprivano, chiudevano la porta e dicevano 'Ma questo non è una Lancia dal rumore della chiusura della porta'." È un aneddoto illuminante: i brand non vivono solo nelle forme, ma anche nei suoni, nelle texture, nelle sensazioni tattili. L'identità di un'auto di lusso è multisensoriale, e qualsiasi modifica a uno solo di questi parametri viene percepita come un tradimento dagli aficionados più fedeli.
Nel caso della Ferrari Luce, il cambiamento è stato radicale su più fronti contemporaneamente: la forma, il propulsore, il sound (o meglio, la sua assenza), e persino il processo creativo. E tuttavia Giugiaro non si scandalizza: "La Ferrari può permettersi qualsiasi cosa. Può discutere, ma non deve vergognarsi di aver avuto questo coraggio." Una difesa d'ufficio? No. Una lettura lucida del sistema dei brand nel 2025, firmata da chi quel sistema lo ha contribuito a costruire.
C'è una domanda che aleggia su tutta la discussione attorno alla Ferrari Luce, una domanda che prima o poi tutti si pongono: cosa avrebbe detto Enzo Ferrari di questo progetto? Giugiaro risponde con rispetto ma senza ambiguità: "Certamente lui è un uomo che queste cose non avrebbe neanche pensate, perché nasce con questa forza di voler fare prodotti di grande interesse tecnologico, tecnico, prestazionale." Il Drake era un visionario, ma la sua visione era orientata in una direzione precisa: la velocità, il rumore, la potenza, la gara. La Luce è l'opposto perfetto di quella visione.
Eppure, e qui sta la vera complessità del discorso, anche la Luce è figlia di una visione tecnologica potente. Non è la visione di Enzo Ferrari, è la visione di Benedetto Vigna — il fisico, l'ex CEO di STMicroelectronics, l'uomo che ha portato in Ferrari una cultura ingegneristica diversa, più vicina al mondo dei semiconduttori e dell'elettronica di consumo che a quella dei motori endotermici. È una Ferrari che riflette il suo tempo, che si interroga su cosa significa essere il brand automobilistico più desiderato al mondo in un'epoca in cui l'elettrico avanza e i clienti cambiano.
La scelta di affidare il design a Love From — e non al centro stile interno guidato da Flavio Manzoni — è in questo senso strategicamente comprensibile. Ferrari voleva creare un oggetto completamente diverso, che non portasse le impronte digitali della Ferrari tradizionale. Voleva una tabula rasa creativa, un prodotto che potesse essere valutato senza il peso dell'eredità. Giugiaro capisce questa logica: "Han deciso di affidare a un'altra persona completamente lo sviluppo di questa macchina. Mi sembra anche coerente da un punto di vista di idea di sviluppo."
E il futuro? Giugiaro chiude con una delle sue immagini più potenti: "Noi siamo partiti dal cavallo. Poi la carrozza, il motore a scoppio e via discorrendo. Ora siamo arrivati a Mazinga." È un percorso evolutivo che non si può arrestare, che non rispetta le nostalgie e che non chiede il permesso agli appassionati. La Ferrari Luce, con tutte le sue imperfezioni formali e tutto il suo coraggio strategico, è semplicemente il prossimo passo di questo percorso.