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Una firma su un modulo della SEC ha trasformato sulla carta Elon Musk in protagonista di uno degli eventi azionari più imponenti mai registrati da una società quotata. Il fondatore di Tesla ha esercitato per intero il piano di compensi da amministratore delegato siglato nel 2018, mettendo le mani su 303.960.630 azioni per una plusvalenza teorica vicina ai 116 miliardi di dollari. Il dettaglio che rende l'operazione tanto sorprendente quanto controintuitiva è che il manager non ha ceduto nemmeno un titolo per arrivarci, e quei pacchetti azionari resteranno bloccati ancora per quasi due anni.
I documenti depositati raccontano la dinamica con precisione chirurgica. Il 17 giugno Tesla ha trasmesso alla SEC un Form 4 e una modifica allo Schedule 13G, entrambi riferiti a una transazione datata 16 giugno 2026. Musk ha esercitato opzioni su oltre 304 milioni di azioni a un prezzo di esercizio rettificato di 23,34 dollari, mentre quel giorno il titolo Tesla chiudeva a 404,66 dollari. Lo spread, ovvero la differenza tra quanto pagato e il valore reale dei titoli, si attesta a 381,32 dollari per azione. Moltiplicando la cifra per il numero di pacchetti coinvolti si ottiene quel guadagno da circa 115,9 miliardi maturato in una singola operazione.
Vale la pena ricordare da dove parte tutto. La concessione originaria del 2018 prevedeva 20.264.042 azioni a 350,02 dollari l'una. Il frazionamento azionario cinque a uno del 2020 e quello tre a uno del 2022 hanno poi ricalibrato verso il basso sia il numero dei titoli sia il prezzo di esercizio, portandoli alle cifre attuali.
Il punto su cui i documenti insistono è netto. La transazione, si legge, non ha comportato alcuna vendita sul mercato aperto. Esercitare opzioni di quella portata a 23,34 dollari implicava un esborso vicino ai 7,1 miliardi di dollari, ma Musk ha scelto di non versare contanti. Ha optato per il cosiddetto net settlement, lasciando che Tesla trattenesse 17.531.857 azioni, un controvalore equivalente alla somma dovuta, per coprire la spesa.
Il risultato netto sono 286.428.773 nuove azioni finite nel portafoglio del numero uno della casa di Austin. Resta però un vincolo pesante. Quei titoli sono azioni vincolate e non matureranno prima del 19 gennaio 2028, subordinati a una clausola legata alla permanenza in carica. In altre parole, oggi Musk non può venderle.
Chi prova a far quadrare i numeri tra i due documenti si imbatte in un'apparente incongruenza. Il Form 4 attribuisce a Musk 710.172.677 azioni detenute direttamente, più altre 413.152.109 controllate indirettamente attraverso l'Elon Musk Revocable Trust. Lo Schedule 13G depositato lo stesso giorno indica invece una cifra diversa, 699.580.882 azioni, pari al 19,9% di Tesla.
La spiegazione del divario va cercata nel CEO Performance Award del 2025. Il totale del Form 4 include infatti 423.743.904 azioni provenienti da quel pacchetto separato e ben più corposo, mentre il 13G le esclude. Musk rinuncia formalmente alla proprietà effettiva di quei titoli, perché sono regolati da un accordo sul diritto di voto che affida una delega irrevocabile al segretario societario di Tesla, vincolato a votarli in linea con gli altri azionisti. Il 13G, inoltre, scorpora un premio intermedio da 96 milioni di azioni decaduto lo scorso 21 aprile.
L'operazione mette la parola fine a una battaglia legale durata sei anni. Nel 2024 la giudice del Delaware Kathaleen McCormick aveva annullato il piano del 2018, sostenendo che il consiglio di amministrazione di Tesla fosse in conflitto di interessi e che gli azionisti fossero stati indotti in errore. La Corte Suprema del Delaware ha ribaltato la sentenza nel dicembre 2025, giudicando la cancellazione totale una misura eccessiva.
Da lì la strada si è fatta in discesa. Il board ha firmato un Implementation Agreement il 21 aprile 2026 e ha avviato pochi giorni dopo le pratiche per consegnare le azioni. Musk ha trasmesso l'avviso di esercizio il 9 giugno, facendo scattare la finestra di cinque giorni lavorativi conclusasi il 16 giugno.
Si tratta di una partita del tutto distinta dal pacchetto da mille miliardi di dollari approvato dagli azionisti lo scorso novembre, che matura a tranche fino al 2035 e che una eventuale fusione tra SpaceX e Tesla potrebbe attivare in parte automaticamente.
C'è poi il capitolo delle tasse, ed è qui che la festa rischia di farsi salata. Trattandosi di stock option non qualificate, lo spread da 116 miliardi viene tassato come reddito ordinario e non come plusvalenza di capitale. All'aliquota federale massima del 37%, sommate le addizionali Medicare, il prelievo federale si aggira attorno ai 45 miliardi di dollari.
La residenza in Texas gioca a favore del manager, che non deve imposte statali sul reddito, un risparmio stimato in circa 15 miliardi rispetto a quanto avrebbe preteso la California. Quest'ultima, tuttavia, potrebbe tentare comunque di rivendicare una fetta, dato che Musk continua a lavorare spesso entro i suoi confini.
L'incognita vera resta la tempistica. Poiché le azioni restano vincolate fino al 2028, l'evento fiscale potrebbe slittare al momento della maturazione, a meno che il manager non scelga di farsi tassare subito con un'apposita opzione. Un precedente offre la misura della posta in gioco: quando nel 2021 esercitò il premio del 2012, Musk versò oltre 11 miliardi di dollari in imposte. E questa volta la cifra in ballo è incomparabilmente più grande.
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