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Petrolio: se i pozzi vanno in lockdown…

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L’oro nero vittima del coronavirus: il crollo della domanda in tutto il mondo spinge i produttori ad azioni estreme, come quella di chiudere gli impianti

Petrolio: se i pozzi vanno in lockdown…

Il punto di non ritorno è stato raggiunto: con la quotazione del barile scesa  incredibilmente al di sotto dei 20 dollari, la già traballante industria legata all’estrazione del petrolio è entrata in terapia intensiva.

Si attendono interventi shock, perché la situazione è davvero critica: con la domanda ridotta di oltre il 30%, ci sono mercati in cui bisogna pagare per farsi portar via il greggio, mentre gli impianti di stoccaggio ormai sono saturi. 

Con il Wti (il West Texas Intermediate, uno dei benchmark del marcato petrolifero) scivolato a 19,92 dollari ed il Brent poco oltre la soglia dei 20 dollari (quota 22,58, il minimo da novembre 2002), ed appunto con la preoccupante comparsa dei prezzi negativi, per alcuni produttori non è restato che il gesto estremo: fermare le trivelle.

Un gesto pericoloso, un po' come se all'Ilva spegnessero un altoforno dall'oggi al domani: tornare indietro poi diventa complicato, molto complicato.

Ma con metà popolazione mondiale chiusa in casa, le aziende ferme, i trasporti al minimo, di opzioni sul tavolo non ne restano molte: qualcuno cerca nuovi luoghi per sistemare i barili estratti e non venduti sperando che arrivino in fretta tempi migliori (le navi cargo, per esempio) ma si tratta di un pannicello caldo, non di una terapia.

Vedremo presto se i grandi produttori mondiali (mondo arabo, Russia e USA), ora che anche i sauditi faticano a trovare clienti, troveranno una politica comune per fronteggiare la crisi, oppure preverrà il principio del “tutti contro tutti“, una sorta di sfida all’O.K. Corral destinata a lasciare sul campo non poche vittime.
 

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