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L’Unione europea ha smentito ufficialmente l’intenzione di imporre dazi sulle auto ibride di produzione cinese. A chiarirlo è stato il portavoce del Commercio UE, Olof Gill, che ha negato l’esistenza di indagini in corso o di valutazioni preliminari su eventuali restrizioni.
Al momento, infatti, nel mirino di Bruxelles restano esclusivamente le auto elettriche a batteria (BEV) esportate dalla Cina verso l’Europa, oggetto di misure di difesa commerciale e di un confronto diplomatico che prosegue ormai da oltre un anno. Le ibride cinesi - un segmento che sta crescendo rapidamente anche nei mercati europei - non rientrano nella procedura antisovvenzioni avviata nel 2023-2024 dalla Commissione, focalizzata soltanto sulle vetture 100% elettriche. Dunque, non sono previsti balzelli, né risultano attivi procedimenti istruttori.
Tuttavia, il tema resta politicamente sensibile: uno dei vicepresidenti della Commissione, di nazionalità francese, ha già espresso preoccupazioni sull’aumento delle vendite di ibride cinesi in Europa, sollevando domande sulla competitività industriale europea e sul rischio di dipendenza tecnologica.
Se sulle ibride la Commissione ha negato qualsiasi iniziativa, sulle elettriche la partita è tutt’altro che chiusa. Il 12 gennaio Bruxelles ha diffuso nuove linee guida sugli “impegni di prezzo” (price undertakings): un meccanismo che permette ai costruttori cinesi di fissare prezzi minimi di importazione per evitare i dazi introdotti con l’indagine antisovvenzioni del 2024.
Si tratta di una soluzione presentata come compatibile con le regole WTO, ma che secondo vari analisti solleva diverse criticità:
Svantaggi per i consumatori europei, che pagherebbero prezzi più alti;
Mancato gettito per le casse UE, a differenza dei dazi tradizionali;
Benefici economici per i produttori cinesi, che manterrebbero margini elevati;
Complessità amministrativa elevata, perché i prezzi minimi devono essere stabiliti modello per modello.
L’obiettivo implicito del nuovo quadro sarebbe anche quello di favorire investimenti cinesi in Europa (per indurre localizzazioni produttive e, in teoria, trasferimenti tecnologici), ma molti considerano improbabile che la misura generi effetti reali in questa direzione. Infatti, Pechino ha accolto con favore la mossa Bruxelles, interpretandola come un segnale di apertura. Ma sul versante europeo restano molti dubbi: sia sulle prospettive industriali, sia sull’impatto geopolitico in una fase di forte frammentazione dei mercati mondiali.
Sul tavolo resta anche il tema delle ritorsioni commerciali cinesi, con indagini anti-dumping su alcune esportazioni europee (latticini, cognac, carne suina), una mossa interpretata come risposta diretta ai dazi sulle vetture elettriche. Eppure, secondo diversi analisti, ammorbidire la posizione sui dazi per timore di ritorsioni su altri settori rischia di indebolire la credibilità dell’UE, proprio nel momento in cui il blocco sta negoziando accordi con partner come India e Paesi del Sud-est asiatico.