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La seconda mattinata di test prestagionali in Bahrain ha confermato quanto il 2026 sia un anno zero per tutti. Alexander Albon ha chiuso la sessione con 62 giri all’attivo, un bottino prezioso per una Williams che è chiamata a recuperare terreno dopo aver saltato lo shakedown collettivo di Barcellona per i ritardi nell’assemblaggio della FW48. Macinare chilometri, più che inseguire il cronometro, è la priorità. Ma tra le pieghe delle sue parole emerge anche una lettura interessante sugli equilibri tra i top team, Ferrari compresa.
Foto copertina ANSA
“La nuova macchina si muove più dell’anno scorso”, ha spiegato il thailandese, sottolineando come le differenze tra le squadre siano già evidenti anche solo osservando le traiettorie in pista. “Segui una McLaren, poi una Haas: linee completamente diverse, modi diversi di costruire il tempo sul giro, deployment differenti”. Un mosaico tecnico ancora lontano dall’essere ricomposto, destinato – secondo Albon – a convergere solo con l’avvicinarsi del primo Gran Premio.
Il focus, in questa fase, non è solo sull’assetto ma su un livello di complessità superiore: gestione dell’energia, utilizzo della prima marcia in curve lente come la 1, la 8 e la 10, massimizzazione del cambio, riduzione del turbo lag. “C’è tantissimo lavoro sulla guidabilità. Al momento c’è molto tempo sul giro proprio lì, nel rendere la macchina più fluida e semplice da guidare”. Ed è qui che entra in gioco anche la filosofia dei motoristi.
Parlando delle diverse interpretazioni viste in pista, Albon ha offerto una chiave di lettura che chiama in causa direttamente Ferrari. Alcuni team stanno utilizzando la prima marcia in modo aggressivo per massimizzare l’efficienza energetica, accettando però una maggiore instabilità del retrotreno. Altri sembrano più cauti. “Non tutti finiranno nello stesso punto”, ha ammesso. “Alcune squadre danno priorità alla guidabilità rispetto alla performance. Penso che un team come Ferrari darebbe priorità alla guidabilità rispetto alla performance”.
Un’affermazione che non suona come una critica, ma come l’identificazione di un approccio tecnico preciso. In un contesto regolamentare in cui le nuove power unit impongono una gestione estremamente raffinata di cambi, recupero energetico e stabilità in ingresso curva, scegliere di privilegiare la pulizia di guida può significare rinunciare a qualcosa in termini di picco prestazionale immediato, ma garantire una base più solida su cui costruire.
Albon ha osservato, ad esempio, che le monoposto motorizzate Ferrari sembrano affrontare alcune curve – come la 10 di Sakhir – ancora in seconda marcia, a differenza di altri che scalano in prima per massimizzare l’efficienza. Una scelta che riduce lo stress meccanico e l’instabilità al posteriore, ma che potrebbe avere implicazioni sul tempo sul giro puro. “Ci sono compromessi. Devi capire qual è il modo più veloce in assoluto per farlo. La prima marcia è la più efficiente, ma poi devi rendere tutto fluido, senza creare instabilità”. E per il momento la SF-26 ha comunque mostrato un alto livello di instabilità al retrotreno.
In questo scenario fluido, la sensazione è che il 2026 non premierà soltanto la potenza, ma la capacità di integrare hardware e software in modo armonico. E mentre Red Bull impressiona per consistenza e velocità sui rettilinei, secondo quanto ammesso dallo stesso Albon (“il GPS è piuttosto chiaro”), Ferrari sembra aver scelto una strada più conservativa, almeno in questa fase embrionale.
Per Williams, intanto, la missione resta chiara: recuperare il tempo perso. “È frustrante essere un po’ indietro, non è dove vogliamo essere. Ma almeno siamo stati affidabili e abbiamo potuto accumulare chilometri”. In un inverno in cui i piloti hanno dovuto trasformarsi quasi in ingegneri, partecipando a riunioni tecniche di livello sempre più alto con i motoristi, ogni giro conta. Anche perché, come dimostrano le diverse filosofie già emerse, la vera partita si gioca sull’interpretazione. E lì, Ferrari ha già fatto la sua scelta.