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Passeggiano, mamma Thessa e papà Eduard. Attraversano quei terreni così grandi che da generazioni appartengono alla loro nobile famiglia e che ora invece, inevitabilmente, appaiono così vuoti. Si dice che non esista cosa peggiore di un genitore che sopravvive al proprio figlio eppure anche loro devono averlo capito che chiunque scelga di inseguire la velocità in quegli anni, lo fa con la consapevolezza di essere costantemente accompagnati da una passeggera implacabile, che non fa mai sconti e che non lascia seconde possibilità. Per loro come per tanti altri, piangere un figlio caduto non è stata una sfortunata eccezione ma una macabra consuetudine.
E dire che ci avevano provato a indirizzare il loro amato Wolfgang verso una vita tranquilla, dedita all’agricoltura e alla cura delle proprietà di famiglia, ma lui non ne aveva voluto sapere. Troppo forte quel richiamo di gomma bruciata e benzina. Neppure il diabete, con cui conviveva dall’infanzia e per cui era solito portarsi degli snack zuccherini in giro per i circuiti, era riuscito a farlo desistere. A inizio carriera aveva persino iniziato ad usare uno pseudonimo pur di non far sapere alla famiglia quando e dove andasse a correre.
Prima le motociclette e poi le macchine, Porsche, Mercedes, gare su strada e gare su pista, il conte von Trips ha stoffa da vendere e si vede. Lo vede soprattutto Enzo Ferrari che non esita a metterlo su una delle sue macchine. Di lui apprezza non solo l’innata velocità, ma anche e soprattutto il fascino e la nobiltà d’animo che lo contraddistinguono.
Alla Mille Miglia del 1957 per esempio von Trips è in lotta con Piero Taruffi e probabilmente avrebbe la velocità per conquistare la prestigiosa corsa. Il Drake però sa che per Taruffi, già cinquantenne, è quella l’ultima occasione di coronare una carriera irripetibile con quella vittoria che ancora gli manca e invita il tedesco a non forzare la mano negli ultimi chilometri, sapendo che per lui probabilmente ci sarà un’altra chance.
Wolfgang non fa una piega e si fa da parte scortando Taruffi al traguardo di Brescia ma quella opportunità, per lui come per chiunque altro, non ci sarà mai più. Poco più indietro infatti, all’altezza di Guidizzolo, la Ferrari di De Portago esce di strada in seguito allo scoppio di uno pneumatico falciando 9 spettatori, tra cui 5 bambini, e uccidendo sul colpo l'equipaggio della Ferrari. È la fine della Mille Miglia, almeno nella sua forma più spettacolare di corsa su strada.
Va messo in conto però, perlomeno se vuoi essere un pilota. Si dice di guardare bene i volti dei tuoi colleghi prima della gara perché potresti non rivederli più quando arriverai al traguardo. Nel 1957 è toccato a Castellotti e a De Portago. Nel 1958 sarà invece il turno di Luigi Musso e di Peter Collins. Persino Hawthorn, ritiratosi da Campione del Mondo dopo aver visto tutti quegli amici morire, andrà incontro alla stessa sorte in un incidente stradale ad inizio 1959, come inseguito da un destino che sembra accanirsi sulle Rosse e sui suoi cavalieri.
Correre ad un passo dalla morte però è anche quello che rende così memorabili quei giorni in bianco e nero. Lo stesso von Trips è spesso irruento e si trova coinvolto in incidenti anche gravi; tanto che oltre al soprannome di “Taffy”, affibbiatogli scherzosamente da Hawthorn, si guadagna anche quello meno lusinghiero di “Conte von Crash”. Ma anche per lui il peso di tutti quegli incidenti si fa sentire portandolo ad allontanarsi temporaneamente dal Circus nel 1959.
Quando però nel 1961 arriva finalmente la 156 F1 a motore posteriore, l’iconica “sharknose”, Taffy ha finalmente l’occasione di vincere. Prima in Olanda e poi in Gran Bretagna il tedesco vola e si porta in testa alla classifica iridata. Solo il compagno di squadra Phil Hill è in grado di tenergli testa. L’americano, pragmatico, riflessivo ed esperto di meccanica, non potrebbe essere più diverso dal carismatico conte tedesco con cui condivide il box. Ma tra i due c’è sempre rispetto, tanto che von Trips accetta di non dare battaglia a Hill, qualora ce ne fosse bisogno, nell’appuntamento decisivo di Monza del 10 settembre.
È qui, sul velocissimo tracciato brianzolo, che Wolfgang sigla l’unica pole position della sua carriera candidosi a favorito per il Mondiale. Lo start però non va secondo i piani. Taffy si lascia scavalcare da 4 piloti e nel secondo giro, nel tentativo di rimontare, affianca Jim Clark sul rettilineo che porta alla parabolica. Poco prima della staccata le due auto si agganciano e la Ferrari scarta repentinamente verso sinistra.
Qui, a separare la pista e le centinaia di spettatori accorsi per assistere all'atteso trionfo delle Rosse, ci sono solo una rete metallica e un terrapieno che la Ferrari, come una scheggia impazzita, usa come rampa di lancio. La macchina di von Trips decolla a più di 200 km/h e sfonda le reti, falciando le file di persone più vicine alla pista mentre rotea su se stessa in un inferno di pneumatici e lamiere.
Wolfgang vola fuori dalla macchina, sbalzato via dall’enorme violenza dello schianto, per poi rotolare di nuovo sulla pista come un manichino. Nonostante la palese gravità della situazione però, la gara non viene fermata.
Le monoposto continuano a transitare mentre tra gli spettatori si consuma il dramma e mentre i soccorsi portano via il corpo esanime di von Trips. Nemmeno Phill Hill sa cosa sia successo al suo compagno di squadra. Solo quando taglia il traguardo due ore dopo, da vincitore e da Campione del Mondo, viene informato dei fatti.
Taffy è morto, praticamente sul colpo, e con lui più di dieci spettatori. Il terribile bilancio alla fine sarà di 15 vittime, compreso il pilota, in quello che è il peggior incidente della storia della Formula 1 in termini di perdite umane.
L’americano vince così il suo primo e unico titolo, divenendo il primo statunitense a farlo. Per una strana coincidenza, l’unico a riuscirci di nuovo sarà Mario Andretti, 17 anni più tardi, di nuovo a Monza, nel giorno della scomparsa del suo unico avversario e compagno di squadra Ronnie Peterson, dopo un terribile incidente nei primi giri.
Che strano il destino.
Passeggiano, mamma Thessa e papà Eduard. Quel terreno che il figlio prediletto avrebbe dovuto curare ora è solo una cicatrice nei loro ricordi. Con Wolfgang è finita anche la nobile stirpe dei von Trips, chissà a quale fine sarebbero destinate quelle proprietà. Tanto vale usarle per onorare la memoria di un giovane così valoroso e leale. Magari proprio con quella sua grande passione.
Si ricordano, mamma e papà, che di ritorno da una delle sue gare in America, Taffy aveva portato come “souvenir” dei pezzi di telaio con qualche ruota e poco altro: “In America li chiamano kart, sono molto divertenti”, aveva detto ad un suo amico giornalista.
In Europa non erano conosciuti, ma a lui bastava che andassero forte. Aveva anche fondato una scuderia che avrebbe aiutato i giovani piloti tedeschi a farsi le ossa nel mondo delle corse.
Ebbene quel terreno si trova poco lontano da un paese della Renania che in pochi, per ora, hanno sentito nominare. Wolfgang ci è cresciuto e ancora oggi ci riposa.
Si chiama Kerpen.
Perché allora non costruirci un impianto, che possa fare da vivaio a questa scuderia portando avanti la sua eredità?
Anni dopo, nei primi ‘70, un tale Rolf si presenta ai cancelli del circuito, abita lì vicino e pare che lo voglia utilizzare per fare allenare i suoi figli, grandi appassionati di motori. Il primo in particolare, Michael, ha qualcosa di veramente speciale. La mamma Elisabeth vorrebbe per lui una formazione tradizionale ma anche se ha poco meno di 5 anni il bambino fa già vedere un talento e una determinazione che sarebbe un vero peccato sprecare.
Di cognome fa Schumacher.
Sarà lui a raggiungere quel traguardo, che a von Trips era stato negato da una sorte crudele, di diventare il primo Campione del Mondo tedesco e per lui, quel kartodromo, sarà stato solo l’inizio di una storia straordinaria.
Sì, è proprio strano il destino.