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Nel mondo dei motori, portare un cognome "pesante" è spesso una condanna. Se tuo padre si chiama Cesare Fiorio, ovvero l'uomo che ha plasmato l'epopea leggendaria della Lancia nei rally e che muoveva i fili del motorsport italiano, la pressione può letteralmente schiacciarti. Quando ti siedi nell'abitacolo, per il pubblico e per la stampa non sei mai un pilota vero: sei solo "il figlio del capo".
La grandezza assoluta di Alex Fiorio, scomparso oggi ad appena 61 anni al termine di una logorante battaglia contro un tumore allo stomaco, sta tutta qui: essere riuscito a cancellare quel pregiudizio a colpi di acceleratore, di controsterzi e di coraggio. Alex non ha vissuto all'ombra del padre (che all'inizio era peraltro contrario alla sua carriera automobilistica); ha preso quella Lancia Delta, l'ha sporcata di fango e l'ha guidata fino all'Olimpo, diventando uno dei simboli più amati e genuini di quell'irripetibile epoca d'oro.
Prima di sentire l'odore della benzina, Alex respirava l'aria rarefatta delle montagne. Il suo primo amore, quello viscerale, è stato lo sci alpino. Era un talento puro, tanto da conquistare il titolo italiano e guadagnarsi un posto nella squadra B azzurra di slalom gigante. Quando un infortunio spezzò prematuramente i suoi sogni di gloria sulla neve, Fiorio non si arrese: prese semplicemente la sua abilità nel leggere le traiettorie, nell'anticipare le curve e nel calcolare l'aderenza sul ghiaccio, e la trasferì su quattro ruote.
Fu proprio quella sensibilità da sciatore a renderlo letale sui fondi a scarsa aderenza. Non è un caso che la scintilla con il padre Cesare scoccò dopo una vittoria clamorosa al Sestriere, su neve e ghiaccio, guidando una banalissima auto stradale. Da lì in poi, la strada fu tracciata: la vittoria nel Torneo Uno nel 1985 fu il biglietto da visita per i palcoscenici mondiali.
Il capolavoro sportivo di Fiorio porta la data del 1989, l'anno che racchiude tutto il paradosso della sua vita da pilota. A livello agonistico, toccò la vetta: al volante della Lancia del Jolly Club si laureò vice-campione del Mondo WRC, piazzandosi alle spalle dell'inarrivabile compagno di squadra Miki Biasion. Una stagione mostruosa, impreziosita da una costanza di rendimento clamorosa e da piazzamenti pesantissimi.
Ma quello stesso anno, al Rally di Monte Carlo, il destino gli presentò il conto più salato. La sua vettura uscì di strada durante una prova speciale e travolse il pubblico, spezzando due vite. Uscire psicologicamente da un trauma del genere, in uno sport dove la fiducia in se stessi e nel mezzo meccanico è tutto, avrebbe distrutto chiunque. Fiorio, con una dignità e una forza d'animo fuori dal comune, rimise il casco, ritornò a sfidare il cronometro e l'anno successivo centrò il suo ultimo podio iridato in Australia.
Quando capì che il suo tempo da pilota era giunto al termine, Alex dimostrò che la sua intelligenza non risiedeva solo nel piede destro, ma in una visione manageriale innata. Smessa la tuta ignifuga, infilò le cuffie da Team Manager e andò a vincere altrove: nel 2000 guidò il team Honda Benetton Playlife al titolo costruttori nel Motomondiale (classe 125), per poi replicare i successi nel campionato Turismo con la BMW dal 2001 al 2004.
Alex Fiorio ci lascia troppo presto, lasciando un vuoto incolmabile nel padre Cesare, nella madre Francesca, nella moglie Oxana, nelle figlie e in tutti i fratelli. Ma lascia anche un insegnamento prezioso a tutto il motorsport moderno: il talento non si eredita per linea di sangue, si conquista lottando tra la polvere, il ghiaccio e la fatica. E Alex, in questo, è stato un fuoriclasse assoluto.