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BYD ha deciso di "sfidare" il Governo degli Stati Uniti. Quattro società controllate dal primo produttore mondiale di veicoli elettrici hanno depositato una causa contro il governo federale americano presso la Corte per il Commercio Internazionale. È la prima volta che un produttore automobilistico cinese sfida direttamente Washington sui dazi doganali. E al contrario di quanto si potrebbe immaginare, la causa non riguarda le auto elettriche.
Quando si parla di BYD e Stati Uniti, il pensiero corre subito alle tensioni commerciali sulle auto elettriche. Eppure, questa battaglia legale ha protagonisti diversi: autobus elettrici e sistemi di accumulo energetico. Le quattro filiali che hanno intentato la causa sono: BYD America LLC (responsabile della distribuzione e dei servizi in Nord America), BYD Coach & Bus LLC (produzione di autobus elettrici commerciali), BYD Energy LLC (distribuzione di batterie e sistemi di accumulo) e BYD Motors LLC (importazioni e vendite).
Il motivo è semplice: BYD non vende auto elettriche negli Stati Uniti, almeno non ancora. È perà molto presente a livello di mobilità pubblica elettrica e di infrastrutture energetiche. Dal 2013, il colosso del Dragone gestisce uno stabilimento a Lancaster, in California, che produce circa 1.500 autobus elettrici all'anno e dà lavoro a oltre 750 dipendenti sindacalizzati. Un business, secondo le stime, tra i 500 milioni e il miliardo di dollari di fatturato annuo.
L'azione legale depositata presso il Tribunale del Commercio Internazionale di New York, prende di mira nove ordini esecutivi emessi dall'amministrazione Trump a partire da febbraio 2025 che includono — tra le altre misure — i dazi reciproci verso la Cina.
La tesi difensiva di BYD è che l'International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) — la legge del 1977 che conferisce al Presidente dei poteri straordinari in caso di "emergenza nazionale" su cui Trump si è appoggiato per imporre i dazi — non lo autorizzerebbe a utilizzare tariffe doganali come strumento perchè "il testo dell'IEEPA non impiega la parola 'tariffa' o alcun termine di significato equivalente". Una questione interpretativa che potrebbe far crollare l'intera architettura tariffaria trumpiana.
Il marchio cinese vorrebbe che Tribunale del Commercio Internazionale di New York dichiarasse nulle tutte le ordinanze sui dazi e, di conseguenza, vietasse al governo di applicarle, ottenendo il rimborso di quanto già pagato, con tanto di interessi e spese legali. In parole povere, un potenziale terremoto finanziario per il Tesoro americano.
Uno scenario favorevole a BYD non avrebbe ripercussioni solo sui suoi attuali business negli Stati Uniti. Secondo quanto riportato dalla rivista indipendente cinese Caijing, una vittoria legale potrebbe aprire scenari completamente nuovi per il colosso cinese.
In primo luogo, ridurrebbe significativamente i costi operativi delle divisioni autobus e batterie, permettendo a BYD di importare componenti dalla Cina con tariffe più basse. Ma l'effetto domino potrebbe estendersi alle quattro ruote. Se i dazi venissero dichiarati illegittimi, potrebbe sfruttare le sue fabbriche in Brasile e Messico per introdurre le sue auto elettriche nel mercato americano con tariffe inferiori al 15%.
Nel 2025, il Messico è stato il maggiore mercato di esportazione per BYD, con oltre 120.000 veicoli venduti. In programma c'era la costruzione di uno stabilimento proprio in territorio messicano, progetto poi congelato a causa della linea dura di Trump contro le importazioni di veicoli elettrici. Una sentenza favorevole potrebbe far tornare d'attualità quei piani.
Un precedente potrebbe giocare a favore del costruttore cinese. Nell'aprile 2025, V.O.S. Selections, un piccolo importatore di vini di New York, aveva intentato una causa simile, tra l'altro vincendola nei primi due gradi di giudizio. L'amministrazione Trump ha naturalmente fatto ricorso alla Corte Suprema, che dovrebbe emettere una sentenza definitiva entro la prima metà del 2026, congelando di fatto migliaia di cause analoghe, come quella di BYD.
Paradossalmente, lo stesso Trump si è detto più volte favorevole all'arrivo di costruttori cinesi, a patto che producano vetture direttamente sul suolo americano. Che sia questa la possibile via d'uscita diplomatica per il colosso di Shenzhen?