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Della proroga al taglio delle accise, sbandierata a inizio mese come un salvagente per le vacanze degli italiani, non è rimasto che un miraggio. Mentre ci si avvicina alla scadenza della misura (fissata per il 25 agosto), la dura legge del mercato ha letteralmente inghiottito l'intervento del Governo.
Centesimo dopo centesimo, le pompe di benzina hanno ritoccato i listini verso l'alto, vanificando lo sconto di 17 centesimi al litro e riportando gli automobilisti all'incubo dei rincari fuori controllo. La fotografia scattata in queste ore è impietosa e certifica un paradosso matematico: lo Stato rinuncia al gettito fiscale, ma il cittadino continua a pagare il carburante a peso d'oro.
A mettere nero su bianco il fallimento pratico della misura sono i dati elaborati dall'Osservatorio sui prezzi del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit). Sulla carta, il taglio di 17 centesimi sul gasolio avrebbe dovuto garantire un risparmio di circa 8,5 euro per un pieno standard da 50 litri. La realtà dei distributori, però, racconta un'altra storia.
Sulla rete ordinaria, il prezzo medio del diesel è passato dai 2,185 euro del 27 luglio agli attuali 2,099 euro. Tradotto: il risparmio effettivo alla cassa si ferma a soli 4,3 euro a pieno. Il resto se lo è mangiato il rialzo delle quotazioni. In autostrada lo scenario è ancora più critico: il gasolio ha toccato nuovamente quota 2,173 euro al litro. È l'esatto valore registrato lo scorso 4 agosto, il giorno in cui l'esecutivo aveva firmato la proroga dello sconto.
A soffrire non è solo chi viaggia a gasolio. La benzina, inspiegabilmente rimasta esclusa dall'intervento governativo, viaggia ormai senza freni. Secondo i rilievi del Codacons, la "verde" in autostrada ha raggiunto i 2,073 euro al litro, mentre sulla rete ordinaria sfiora i due euro (1,994 euro), con aggravi continui sulle tasche dei vacanzieri.
Di fronte a questa emorragia finanziaria, le associazioni di categoria sono sul piede di guerra. La Fapi (Federazione Autonoma Piccole Imprese) ha lanciato un allarme rosso, chiedendo a Palazzo Chigi di rimettere mano urgentemente al dossier accise per arginare una dinamica che sta azzerando ogni beneficio.
Ancora più duro il commento di Confimprenditori, che bolla le misure attuali come "del tutto inefficaci". Il problema, infatti, non riguarda solo la gita fuori porta: il caro-gasolio si scarica immediatamente sui costi di trasporto logistico, colpendo l'intera filiera della produzione e della distribuzione, con il rischio di innescare una nuova fiammata inflazionistica sugli scaffali dei supermercati in autunno. Dal canto suo, il Codacons insiste sulla necessità di estendere immediatamente lo scudo fiscale anche alla benzina verde, che oggi pesa come un macigno sui bilanci familiari.
Ma perché i prezzi alla pompa sembrano avere una vita propria rispetto alle reali fluttuazioni del petrolio? La risposta arriva da un'illuminante analisi dell'Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, che ha smascherato una profonda "asimmetria" nei tempi di adeguamento dei listini da parte dei gestori e delle compagnie petrolifere.
È il classico effetto "a razzo e a piuma": quando il prezzo del greggio sui mercati internazionali sale, le compagnie trasferiscono il rincaro alla pompa alla velocità della luce: due terzi dell'aumento vengono scaricati sul consumatore entro appena tre giorni, e nel giro di dieci giorni l'adeguamento al rialzo è totale. Al contrario, quando il petrolio scende, i prezzi alla pompa planano con la lentezza di una piuma: nei primi tre giorni si applica a malapena un terzo dello sconto, e per vedere un calo dell'80% effettivo servono ben diciassette giorni.
Un meccanismo perverso che, unito all'aumento delle quotazioni internazionali, trasforma ogni intervento statale in un secchio bucato. E a pagare il conto finale, alla colonnina del self-service, è sempre e solo l'automobilista.