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C'è un verso che Gino Paoli non ha mai scritto su pentagramma, ma che ha composto con il rombo di un dodici cilindri, il sibilo di pneumatici sulla litoranea ligure e l'odore di pelle e benzina che solo certe auto d'epoca sanno restituire. Il cantautore che ha dipinto Il cielo in una stanza con la sola forza della voce, quello che ci ha insegnato il Sapore di sale delle estati italiane, si è spento nella notte tra il 23 e il 24 marzo 2026, a 91 anni. E con lui si è fermato anche il motore di una passione che non ha mai conosciuto il punto morto: quella per i motori.
Non una passione da vetrina, ma una lunga storia d'amore, proprio come la canzone, vissuta con la stessa intensità febbrile con cui Paoli si aggrappava alle note. Un rapporto fatto di colpi di fulmine, tradimenti meccanici, cicatrici profonde e riconciliazioni a colpi di chiave nel quadro. Perché per lui le automobili erano esattamente come le donne e le canzoni: impossibili da possedere davvero, ma irrinunciabili.
Tutto cominciò quando i primi guadagni discografici gli misero in tasca abbastanza per trasformare un sogno in lamiera. Il giovane Paoli investì i proventi del primo disco in un'Austin-Healey 3000 MK II Roadster, una biposto britannica dal carattere ruvido e dalla voce inconfondibile. Un amore bruciante, nel senso letterale del termine: la meccanica della roadster cedette quasi subito, con il propulsore che si arrese dopo pochissimi chilometri. Come a voler stabilire fin da subito le regole di un rapporto destinato a non essere mai tranquillo. Ma Paoli non era tipo da arrendersi al primo cuore che si fermava.
Arrivò poi un'Alfa Romeo Giulietta Spider, vettura a cui il cantautore si legò con un trasporto quasi romantico, e che incarnava perfettamente lo spirito della Genova del boom economico: elegante, leggera, piena di promesse. Come la gatta della sua canzone, che aveva trovato il suo posto in un angolo di felicità, anche quella Giulietta sembrava aver trovato il padrone giusto. In quella stagione di pura adrenalina, tra i caruggi e le curve della riviera, Paoli iniziò a costruire un garage destinato a diventare leggendario.
Il capitolo più cinematografico di questa storia porta il marchio del Cavallino Rampante. La Ferrari 275 GTS, acquistata nel 1965 anche grazie a un confronto diretto con il Drake in persona a Maranello, rappresentò per Paoli il vertice dell'estasi automobilistica. Una spider Pininfarina con abitacolo rifinito in pelle cremisi, corona del volante in radica e il celebre V12 anteriore capace di erogare 260 cavalli: una sinfonia meccanica che sembrava comporre musica ogni volta che il contagiri superava i quattromila. Era la colonna sonora perfetta per un uomo che nella bellezza cercava senza fine qualcosa di assoluto.
Ma quella storia d'amore finì contro un albero, a Milano, in uno schianto violentissimo che ridusse la vettura in rottami. Di quella 275 GTS oggi resta la memoria e un esemplare esposto al Museo Enzo Ferrari di Modena, nell'ambito della mostra "The Greatest Hits – Music Legends and Their Ferraris", aperta fino a febbraio 2027. Un percorso che mette in dialogo il Cavallino con le grandi voci del palcoscenico mondiale: da Nick Mason dei Pink Floyd a John Lennon, da Miles Davis a Eric Clapton. La vettura associata a Paoli si trova accanto a questi capolavori non per caso: perché per il poeta genovese, come per quei giganti della scena internazionale, la Ferrari non era un mezzo di trasporto, ma un prolungamento dell'identità. Da segnalare, peraltro, che nella sua vita l'artista possedette anche una Ferrari 250 GT Berlinetta SWB, ulteriore conferma di un rapporto privilegiato con Maranello. Quasi che il Cavallino, per Paoli, fosse ciò che il pianoforte era per i suoi arrangiamenti: uno strumento capace di dare forma all'emozione.
Il garage di Paoli non si fermò al Cavallino. Tra le sportive che popolarono la sua collezione spiccano una Lamborghini Miura, oggetto del desiderio assoluto degli anni Sessanta, e diverse Porsche che il cantautore alternò nel corso dei decenni. Completavano il quadro una Lancia Flaminia GT Coupé Touring, alcune Mercedes e BMW utilizzate per gli spostamenti in tournée, e una scelta che racconta più di mille parole il carattere anticonformista dell'artista: una Mini Cooper, acquistata quando sul suolo italiano rappresentavano una presenza rarissima.
Fu proprio la Mini, forse, l'auto che più gli somigliava. Compatta, nervosa, completamente fuori registro rispetto alle gran turismo del resto della collezione, eppure in perfetta sintonia con quell'animo ribelle e ironico che animava anche le sue canzoni. Che cosa c'è di più coerente, del resto, di un uomo capace di passare da una Miura a una Mini senza mai perdere se stesso?
Con il passare degli anni, Paoli virò verso scelte più razionali, approdando a una Lexus RX400h ibrida di cui apprezzava il comfort e l'attenzione all'ambiente. Un passaggio simbolico dall'adrenalina alla consapevolezza, dalla velocità alla riflessione. Come se il ragazzo che sfrecciava tra Pegli e Genova avesse finalmente trovato la sua stanza, quella dove il rumore del mondo si abbassa e resta solo il silenzio di chi ha vissuto abbastanza da sapere quando è il momento di rallentare.
La passione di Paoli per la velocità portò con sé anche un conto salatissimo. In un periodo di grande tormento personale, lo stesso in cui, gli anni Sessanta furono segnati da episodi drammatici che intrecciarono la guida spericolata con le ferite più intime dell'artista. Tre anni prima della distruzione della Ferrari, nel 1962, Paoli fu protagonista di un gravissimo incidente stradale in via Palmanova a Milano, mentre era alla guida di una Fiat 1300 presa a noleggio. Nell'impatto frontale perse la vita Vittorio Faber, che per Paoli aveva scritto testi e curato gli arrangiamenti di diversi brani. Oltre al peso umano insostenibile di quella perdita, arrivarono le conseguenze giudiziarie: il ritiro della patente e una condanna a sette mesi, sospesa con la condizionale.
Quegli episodi lasciarono segni indelebili, forse più profondi del proiettile che dal 1963 portava nel petto. Molti anni dopo, nel 2018, Paoli ammise senza giri di parole la follia di quella stagione, dichiarando di considerare la velocità su strada una forma di incoscienza e suggerendo a chi ne sentisse il bisogno di cercare lo sfogo tra i cordoli di un circuito, non sulle strade aperte al traffico. Parole di un uomo che aveva imparato, a caro prezzo, che vivere ancora è il privilegio di chi sa riconoscere i propri errori.
La storia di Paoli al volante non sarebbe completa senza il capitolo dedicato alle gare di velocità improvvisate con Luigi Tenco, altro gigante della musica italiana e fratello d'anima del cantautore genovese. Erano davvero quattro amici al bar della vita, quella generazione della scuola genovese che tra i vicoli e il mare reinventò la canzone d'autore italiana. Tra Pegli e Genova, Paoli e Tenco si sfidavano regolarmente su quattro e due ruote, in un duello che aveva il sapore dell'incoscienza giovanile e della libertà assoluta. Se in auto la competizione era equilibrata, in sella il dominio di Paoli era totale: la Rumi di Tenco, a suo dire, finiva puntualmente con le ruote intrappolate nelle rotaie del tram. Sfide tra ragazzi che si credevano immortali. Poi la vita dimostrò che non lo erano, e quel ricordo acquisì una malinconia che nessuna canzone potrà mai restituire del tutto.
L'intreccio tra Paoli e il mondo dell'automobile raggiunse infine anche la dimensione commerciale nel 1992, quando il cantautore prestò la sua voce e la sua immagine alla campagna pubblicitaria della Fiat Cinquecento. Per la super utilitaria lanciata l'anno precedente, Paoli compose e interpretò il brano Buongiorno per cinquecento volte, comparendo anche nel videoclip promozionale. Un cerchio che si chiudeva con la stessa naturalezza con cui aveva sempre vissuto il rapporto con le quattro ruote: senza filtri, senza mezze misure, con l'autenticità che ha reso immortale la sua musica.
Con la scomparsa di Gino Paoli se ne va un pezzo di storia della musica italiana, ma anche un capitolo irripetibile della cultura automobilistica del nostro Paese. Le sue auto non furono mai semplici mezzi: furono emozioni su ruote, compagne di viaggio, schegge di una vita vissuta con il piede sempre piantato sull'acceleratore. E adesso che il motore si è fermato, resta quello che resta sempre di chi ha saputo vivere davvero: la musica, i ricordi, e quel sapore di sale che, come le sue canzoni, il tempo non riuscirà mai a portare via.