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Quando pensi a Senna lo immagini subito con la visiera abbassata, il motore urlante e la pioggia che sembra danzare al suo ritmo. L’eroe che a Montecarlo sfiora i guard-rail come un funambolo, che a Donington nel ’93 trasforma la pioggia in poesia.
Ma nella vita di tutti i giorni, il brasiliano più veloce della storia guidava… una Mercedes 190 E 2.3-16. Già, una berlina elegante ma discreta, con i sedili Recaro rigidi ma avvolgenti e il motore Cosworth capace di far sorridere i collezionisti ancora oggi. Un’auto che non attirava gli sguardi come una supercar, ma che portava con sé un’aura di solidità e understatement perfetto per un ragazzo che stava imparando a convivere con la fama.
La storia comincia nel 1985, quando Senna viene invitato al Nürburgring per una gara dimostrativa. Stesso modello per tutti i piloti, nessun trucco, solo talento. Ayrton li mette in fila uno per uno: Lauda, Prost, Reutemann. Un’umiliazione elegante, inflitta al volante proprio di una 190 E 2.3-16 di serie. Mercedes, entusiasta di quel giovane brasiliano che aveva fatto sembrare facile l’impossibile, gli propone un affare speciale: una 190 nuova, direttamente dalla fabbrica di Stoccarda. Senna accetta al volo.
Ad accompagnarlo c’è Maurício Gugelmin, amico e futuro pilota di F1. I due ritirano l’auto e partono per l’Inghilterra. Immaginate la scena: due ventenni sudamericani, carichi di energia e sogni, al volante di una berlina tedesca metallizzata che ronza docile in autostrada. Non erano due clienti qualunque, eppure quel viaggio sembrava un road trip tra amici, più che il prologo di una leggenda.
Per due anni quella macchina diventa la sua “daily driver”: la usava per andare agli allenamenti, per le trasferte brevi, persino per le commissioni. In giro per il Surrey, Ayrton non era la star delle prime pagine, ma un ragazzo con una Mercedes grigia parcheggiata davanti a casa. A vederlo passare, nessuno avrebbe potuto immaginare che dietro quel volante ci fosse l’uomo che stava riscrivendo la Formula 1.
E dentro l’abitacolo regnava la normalità: la radio Becker Mexico che gracchiava le stazioni inglesi, il kit di pronto soccorso intatto, l’estintore mai usato – per fortun. Oggetti comuni che oggi assumono un valore quasi mistico, perché legati a un campione che in quell’auto cercava un po’ di tregua dalla pressione del circo della velocità.
Poi arriva il 1987, il trasferimento a Monaco e il matrimonio sportivo con la McLaren. La Mercedes rimane in Inghilterra, passa di mano, cambia vita. Ma il suo viaggio non finisce: nel 2004 sbarca addirittura in Australia, accumulando chilometri fino a superare quota 250.000. E come in ogni bella storia, c’è anche un epilogo poetico: nel 2016, durante il Gran Premio d’Australia, Niki Lauda – lo stesso che Ayrton aveva battuto in quella gara simbolo al Nürburgring – lascia la sua firma nel vano motore. Un gesto che chiude un cerchio, come se quell’auto fosse diventata un punto di incontro fra due campioni eterni.
Oggi la Mercedes di Senna si prepara a tornare protagonista. All’asta di novembre di RM Sotheby's a Londra potrebbe superare i 250.000 euro, praticamente un euro per ogni chilometro percorso. Chi la acquisterà si porterà dietro le corse sotto la pioggia non in pista ma sull’autostrada inglese, i pensieri silenziosi del tre volte Campione del mondo tra un allenamento e l’altro, la leggerezza di un ragazzo che, per un attimo, non era leggenda ma semplicemente un uomo al volante della sua berlina.
E forse è proprio qui il fascino irresistibile: scoprire che anche Ayrton Senna, il dio della velocità, nella sua normalità sapeva essere incredibilmente umano. Una lezione che oggi, nell’era delle supercar da Instagram, suona ancora più attuale: non serve ostentare per essere leggenda.