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L’industria automobilistica europea è di fronte a un bivio strategico, stretto tra la competizione globale, la transizione elettrica e una pressione sui costi che rischia di indebolire la base industriale del continente. A lanciare l’allarme, con una presa di posizione congiunta, sono i vertici di due colossi come Volkswagen e Stellantis che, in un intervento pubblicato dal Sole 24 Ore, chiedono all’Europa una svolta concreta nelle politiche industriali per difendere produzione, occupazione e competitività.
Il contesto è quello di una nuova fase di competizione geopolitica, in cui commercio, tecnologia e capacità produttiva diventano strumenti di potere. Un terreno su cui l’Europa non può permettersi di restare passiva. Nonostante la forte concorrenza tra i due gruppi, Volkswagen e Stellantis condividono una responsabilità comune: l’industria dell’auto vale circa l’8% del PIL europeo e dà lavoro a 13 milioni di persone. Numeri che spiegano perché il tema non sia solo industriale, ma anche politico ed economico.
Oggi circa nove veicoli su dieci venduti dai costruttori in Europa sono prodotti all’interno dell’Unione, ma il settore deve fare i conti con importazioni provenienti da Paesi con standard normativi e sociali meno stringenti. A questo si aggiungono i rischi legati al commercio internazionale, come dimostrato dalle recenti tensioni sulle terre rare e dalla crescente regionalizzazione delle catene di fornitura.
Allo stesso tempo, la partita più delicata si gioca anche sulle batterie e sui veicoli elettrici: le celle sono considerate una tecnologia chiave per il futuro dell’auto e i costruttori europei stanno investendo miliardi per svilupparne la produzione interna. Il problema è che il mercato chiede auto elettriche sempre più accessibili e, più il prezzo scende, più aumenta la tentazione di ricorrere a componenti importati a basso costo. Ne nasce un conflitto tra obiettivi di breve periodo e la necessità di costruire una vera autonomia industriale europea.
Da qui la proposta di una strategia “Made in Europe”, fondata su due pilastri: chi vende auto in Europa dovrebbe produrle in condizioni comparabili a quelle europee, e le risorse pubbliche dovrebbero essere usate in modo mirato per sostenere la produzione e attrarre investimenti nell’Unione. Non un protezionismo cieco, ma un rafforzamento selettivo della resilienza industriale.
Nel concreto, il “Made in Europe” dovrebbe basarsi su quattro aree chiave per i veicoli elettrici: produzione e sviluppo dei veicoli, powertrain elettrico, celle delle batterie e alcuni componenti elettronici strategici. Gli obiettivi, nelle intenzioni dei due gruppi, dovrebbero essere ambiziosi ma realistici, per evitare di costruire barriere inefficaci o controproducenti.
Accanto alle regole, servirebbero anche quelli che i Ceo definiscono “incentivi intelligenti”. I veicoli che rispettano i criteri “Made in Europe” potrebbero beneficiare di vantaggi concreti, come l’accesso prioritario agli incentivi nazionali o agli appalti pubblici. Ma non basta: anche i costruttori che concentrano la produzione in Europa dovrebbero essere premiati, ad esempio attraverso un meccanismo legato alle norme sulle emissioni di CO₂, con bonus per i veicoli elettrici prodotti nell’Unione e per i marchi che rispettano i requisiti su una parte significativa della loro flotta.
L’obiettivo è duplice: mantenere il mercato europeo aperto e competitivo, ma allo stesso tempo creare le condizioni per sostenere crescita e occupazione senza far esplodere i costi. I requisiti di localizzazione, da soli, non risolveranno tutte le sfide, ma dovrebbero essere inseriti in una politica industriale più ampia, che includa sussidi mirati alla produzione di batterie e incentivi all’acquisto di veicoli elettrici europei.
Il messaggio dei due CEO è politico, prima ancora che industriale: in un mondo in cui altre aree del pianeta difendono con decisione le proprie industrie, l’Europa deve scegliere se limitarsi a essere un mercato per i prodotti altrui o restare una potenza produttiva.