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Da quando la generazione VB della Subaru WRX è arrivata senza un’erede diretta della sigla STI, il pubblico ha iniziato a coltivare una forma particolare di speranza: quella che nasce dal vuoto. Ogni concept, ogni teaser, ogni kit aerodinamico visto negli stand giapponesi veniva letto come un possibile segnale del ritorno della variante che più di tutte ha costruito l’immaginario sportivo del marchio. Un’attesa emotiva, non solo tecnica.
Al Tokyo Auto Salon 2026 Subaru ha deciso di alimentare questa tensione. Lo ha fatto presentando la WRX STI Sport, una sigla che entusiasma e frena allo stesso tempo. Perché c’è finalmente un cambio manuale — e già questa è una notizia che i puristi aspettavano da anni — ma manca ancora quel salto concettuale che trasformerebbe un allestimento potenziato in una vera STI.
La nuova variante non si presenta come il capitolo successivo della leggendaria famiglia STI, bensì come un’evoluzione più aggressiva della WRX S4 con pezzi e componenti sviluppati dalla divisione sportiva. Sotto il cofano c’è ancora il quattro cilindri boxer turbo da 2,4 litri, attorno ai 275 CV e 375 Nm con la trazione integrale che resta un pilastro, ma abbandona il CVT in favore del manuale a sei rapporti. È un gesto di attenzione verso la guida, non una rincorsa alla potenza.
Subaru, del resto, ha insistito su un messaggio chiaro: questa WRX si gioca tutta tra assetto, risposta e precisione. Ammortizzatori controllati elettronicamente, pneumatici ad alte prestazioni, freni Brembo e componenti STI mirati a migliorare la qualità della guida più che i numeri da brochure. È la filosofia di chi parla al pilota, non al cronometro.
Visivamente la STI Sport dichiara le sue intenzioni senza urlare: elementi scuriti, spoiler discreto, accenti “dark pink” dal sapore JDM e una sequenza di badge STI che non lascia spazio ai dubbi. Dentro ci sono sedili Recaro in Ultrasuede e, soprattutto, la leva del cambio lì dove deve stare. È un prototipo, ma è già un manifesto.
Ed è proprio qui che Subaru si ferma. Perché oltre l’installazione scenica di Tokyo non c’è — per ora — nulla di ufficiale. Nessuna data, nessuna tiratura dichiarata, nessuna esportazione confermata. E le probabilità di vederla in Europa appaiono scarse. Il marchio sembra voler tastare il terreno, non impegnare capitali e catene produttive.
L’impressione è che la STI Sport sia il frutto di un compromesso interno: un modo per tenere accesa la brace sotto la cenere senza far divampare il fuoco. L’assenza di un intervento profondo sul powertrain conferma che Subaru non vuole — o non può — affrontare ora una vera rinascita della STI. Al tempo stesso, l’arrivo del manuale è un gesto che non si fa per caso.
Per certi versi è quasi più interessante ciò che non ha mostrato: il Driver’s Control Center Differential, l’aumento di potenza, un’aerodinamica più estrema. Tutte assenze che raccontano un’auto a metà strada tra un concept e una limited edition.
Eppure, ciò che resta nell’aria quando le luci dello stand si abbassano è la stessa sensazione che circola da quattro anni: la fede incrollabile dei fan. Subaru lo sa bene. Ed è forse proprio questa fedeltà — più che la domanda di mercato — a tenere aperto uno spiraglio. Perché una STI vera non si misura solo con i cavalli o con le vendite: è un simbolo. E i simboli, nel mondo dell’auto, sanno tornare quando meno te lo aspetti.