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Un titolo mondiale non si può indossare. Nel 1976 Heuer provò a dimostrare il contrario, e il risultato di quel tentativo è ancora oggi uno degli orologi più identitari mai usciti da un'idea di Formula 1.
L'anno precedente Niki Lauda aveva chiuso un digiuno iridato che a Maranello durava dai tempi di John Surtees, undici stagioni di attesa spezzate dal Campionato del Mondo Piloti vinto al volante della Ferrari. Una svolta storica per la Scuderia, che l'orologeria decise di fissare in un oggetto concreto. Come nome venne scelto quello del tracciato più veloce e più simbolico del calendario iridato: Monza.
Il Monza originale rifiutava qualsiasi ambizione salottiera. Superficie scura, geometrie asciutte, zero orpelli: sembrava progettato per il box, non per una cena di gala. Era un figlio dichiarato della sua epoca, eppure proprio quel carattere gli ha garantito mezzo secolo di riconoscibilità mentre altri modelli anni Settanta scivolavano nel dimenticatoio.
La celebrazione arriva puntuale sotto forma di TAG Heuer Monza Flyback Chronograph, svelato a ridosso del Gran Premio d'Italia e prodotto in appena 500 pezzi numerati. La strategia della Maison merita attenzione, perché evita la scorciatoia della riedizione fedele. Nessuna fotocopia del 1976: qui si è scelto di conservare il DNA e di riscriverlo con la tecnologia disponibile oggi.
Restano intatti i 42 millimetri di diametro e il profilo a cuscino che identifica il Monza moderno, mentre cambia radicalmente la materia prima. La cassa è realizzata in carbonio forgiato, un composito nato nel linguaggio delle competizioni contemporanee per unire massa ridotta e resistenza elevata. Il vantaggio estetico è un effetto collaterale niente male: la lavorazione produce venature marmorizzate casuali, così ogni singola cassa nasce con un disegno che non si ripete. Cinquecento orologi, cinquecento impronte digitali diverse.
Sul fronte, l'orologio non tradisce la propria grammatica. La base nera fa da fondale, i contatori cronografici in nero opaco vengono staccati per rendere immediata la lettura e i tocchi di rosso funzionano come segnaletica sportiva. Ore e minuti sono affidati a lancette rodiate con Super-LumiNova bianca, perché su questo modello la visibilità non è mai stata un vezzo ma il presupposto di tutto.
La distribuzione delle funzioni è chirurgica. Le ore 3 ospitano il conteggio dei minuti cronografici, le ore 6 i piccoli secondi permanenti, le ore 9 la data inclinata. Sul réhaut nero, cioè l'anello metallico che corre tra il bordo del quadrante e il vetro, corrono la scala tachimetrica e quella pulsometrica. Due sopravvivenze preziose, che ricordano come questo strumento sia nato per convertire il tempo in informazione utilizzabile, dalla velocità media in pista fino alle pulsazioni del pilota.
A muovere tutto è il Calibro di Manifattura TH20-12, che porta con sé la certificazione COSC e si lascia ammirare grazie al fondello in vetro zaffiro. La dotazione comprende il Flyback, meccanismo che elimina la sequenza stop, reset e avvio: basta un solo impulso per riportare a zero il conteggio e farlo ripartire istantaneamente. Nato per chi doveva incatenare rilevazioni una dopo l'altra senza perdere frazioni di secondo, è forse la funzione più coerente con l'intera parabola del modello.
Anche l'ultimo dettaglio guarda al passato sportivo: vitello nero traforato e impunture rosse, cioè la sintassi tipica dei guanti e dei volanti delle monoposto di quarant'anni fa.
Qui sta l'aspetto più intrigante di questo anniversario. All'epoca del debutto, un cronografo da polso serviva davvero a chi lavorava sui circuiti. Oggi la Formula 1 processa telemetrie con una densità di dati che rende qualsiasi lancetta un ornamento.
Il Monza ha smesso da tempo di dover essere utile, e questo lo libera. Il suo compito attuale è più sottile: continuare a essere immediatamente identificabile in mezzo a migliaia di alternative. Tra composito a vista, azzeramento istantaneo e quella coppia cromatica costruita attorno alla leggenda di Lauda, la missione appare pienamente riuscita.