"Tutti vogliono fare i capi, ma nessuno vuole prendersi le responsabilità”. Andrea Adamo e un’Italia che vince e che vale la pena di ricordare

"Tutti vogliono fare i capi, ma nessuno vuole prendersi le responsabilità”. Andrea Adamo e un’Italia che vince e che vale la pena di ricordare
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Un contrasto da giorno e notte quello che lega il ciclico disastro della Nazionale Italiana di Calcio con i tanti talenti che il nostro paese è in grado di sfornare ma che troppo spesso lascia passare in secondo piano
8 aprile 2026

C’è un filo sottile che collega la parabola vincente di Andrea Adamo, esempio di un’Italia che è effettivamente in grado di portare in alto i suoi interpreti, con il momento difficile che sta attraversando il calcio italiano, che ora più che mai rappresenta un’eccezione, una macchia, se rapportato ai tanti successi che dall’altre parte stanno cominciando ad essere più frequenti. È un filo fatto di cultura del lavoro, responsabilità condivisa e capacità di guardarsi dentro. Tutti elementi che emergono con forza dalla sua storia e che, alla luce delle recenti vicende della Nazionale di calcio, suonano quasi come un monito.

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Da una parte c’è il motorsport: un ambiente ipercompetitivo in cui Adamo ha costruito una carriera esemplare, sin dal desiderio adolescenziale di diventare un ingegnere nel mondo dei motori portando Hyundai ai titoli mondiali TCR e WRC. Dall’altra c’è il calcio italiano, reduce da una nuova, pesantissima esclusione dal Mondiale: la terza consecutiva, un fallimento radicato in profondità che ha scatenato un terremoto che ha scosso le fondamenta di un sistema che si è trovato ad affrontare tutti i suoi problemi in un colpo solo. Le conseguenze sono state immediate: dimissioni, polemiche, accuse incrociate e la sensazione di trovarsi su una barca ingovernabile e senza meta nel mezzo della tempesta. Tra queste, le parole del presidente FIGC Gabriele Gravina hanno acceso il dibattito più di ogni altra cosa.

“Il calcio è uno sport professionistico, gli altri sono dilettantistici”. Un goffo tentativo di giustificare il fallimento barricandosi dietro i propri dogmi ma che non ha fatto altro che buttare benzina sul fuoco generando una reazione durissima da parte di molti atleti italiani di altre discipline, i quali hanno rivendicato il valore del proprio lavoro, spesso fatto di sacrifici enormi e risultati concreti. Il problema non è la distinzione tra professionismo e dilettantismo, ma la cultura che c’è dietro. E qui entra in gioco proprio la figura di Adamo. Un Team Principal che ammette di provare dolore fisico quando non vince è l'esatto opposto di un dirigente sportivo che, di fronte a un fallimento storico, punta il dito contro chi fa sport con budget infinitamente inferiori, tacciandoli di dilettantismo.

 

Nel racconto della sua carriera, in un'intervista rilasciata al canale YouTube WRD, emerge una filosofia chiarissima: non esistono alibi. Non esistono “altri” a cui attribuire responsabilità. Esiste solo il “noi”. Quando si perde, si perde insieme. Quando si vince, si vince insieme. È una visione opposta a quella che spesso emerge nel calcio italiano, dove il sistema tende a frammentarsi tra federazione, club, procuratori, giocatori e contesto politico. Nel motorsport, invece, ogni dettaglio conta. Dal meccanico al responsabile finanziario. Adamo racconta come, dopo ogni vittoria, andasse personalmente a ringraziare anche chi non era in pista: “Se il reparto finanziario non ti paga le fatture, puoi fare la macchina migliore del mondo ma non vincerai mai". Un approccio che mette al centro il concetto di squadra reale, non solo dichiarata.

Ed è qui che il confronto con diventa interessante. Perché nella sua carriera non c’è traccia di giustificazioni. Anzi: il suo approccio è quasi brutale nella sua semplicità. Se non vinci, hai sbagliato qualcosa. E devi capire cosa, senza cercare colpe altrove. Perché se è vero che la macchina si può riparare, lo stesso non è possibile farlo con le persone.

Il manager piemontese rappresenta un modello di leadership tecnica che evolve naturalmente in leadership manageriale: conoscere il lavoro, viverlo, condividerlo. Un buon ingegnere deve anche essere un buon manager. Nel calcio italiano, invece, la distanza tra chi decide e chi lavora sul campo è spesso enorme. E questo genera incomprensioni, inefficienze e, alla lunga, risultati negativi.

La storia di Andrea Adamo non è solo quella di un uomo di successo. È la dimostrazione che, anche in contesti complessi e competitivi, esiste una strada chiara: definire un obiettivo, costruire un team, responsabilizzare ogni singolo elemento e metterlo nella condizione di dare il massimo. Il punto non è essere professionisti o dilettanti. Il punto è comportarsi da professionisti. Perché la professionalità non la decreta una legge, ma lo fanno il cronometro e il campo.

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