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Andrea Kimi Antonelli corre. Corre veloce in pista, e forse corre ancora più forte nel suo percorso di crescita, con una capacità incredibile di alzare l’asticella in modo naturale. Che lo splendido vincitore del Gran Premio d’Italia 2026 di Formula 1 fosse un talento generazionale lo si intuiva già nella sua progressione nelle categorie minori. Ma il modo in cui Antonelli nell’arco di un anno è passato dal mostrare le sbavature di un rookie a perfezionare gare da campione navigato ha lasciato attonito l’intero paddock.
Un conto è esprimere naturalmente velocità in pista, un altro è gestire le complessità di un regolamento tecnico cervellotico, che costringe i piloti a guidare contro logica. E, forse ancora di più, reggere la pressione. “Riesce a superare i momenti di difficoltà con la facilità di un giovane uomo – riflette il suo team principal e mentore, Toto Wolff -. E lo aiuta a non montarsi la testa dopo i momenti di gloria”. Di Kimi stupisce la sua natura doppia. Ha ancora la spontaneità di un ragazzino quando racconta con entusiasmo spezzoni della sua vita, piccoli scorci di una quotidianità che protegge, ma che non gli dispiace raccontare ai giornalisti che conosce meglio. Ma è tutt’altro che ingenuo.
Lo abbiamo capito chiaramente nel momento in cui ha derubricato certe dichiarazioni di George Russell esattamente per quello che erano, dei meri giochetti psicologici. Ed è chiaro anche dal suo approccio molto razionale alla lotta per il mondiale, quell’obiettivo che non menziona mai verbatim per scaramanzia, ma che è ben impresso nella sua mente. Ha scelto di prendere penalità a Monza, anteponendo il titolo a un exploit in casa che sarebbe comunque arrivato grazie a una prestazione da incorniciare.
Sarebbe stato difficile immaginarsi tutto questo dodici mesi fa, quando Kimi stava vivendo una stagione europea da incubo. “Spa fu terribile per lui, era molto giù – ricorda Wolff -. Monza fu la prima occasione in cui gli dissi chiaramente che doveva svegliarsi. Ma non ho mai avuto dubbi su di lui. È per questo che gli abbiamo dato l’opportunità di correre con noi”. Una fiducia che Kimi sta ripagando ampiamente: “È scattato dai blocchi di partenza dopo la pausa invernale in un modo che nessuno si aspettava. Il modo in cui è stato in grado di processare lo scorso anno è lo stesso con cui ha affrontato ogni gara. Ha sentito la pressione dei media e l’attenzione che riceve, e le ha gestite”.
Antonelli ha dalla sua un’arma molto potente per le sue continue metamorfosi. “La cosa che mi sorprende è la velocità con cui cresce – racconta Wolff -. È come un’intelligenza artificiale che continua a migliorare e imparare: questa è la rapidità che noto. Sicuramente l’età aiuta, con l’abilità, a livello cognitivo, intellettuale, di continuare a migliorare”. È una questione di neuroplasticità, la capacità del cervello di affinare il suo funzionamento attraverso l’apprendimento. I giovani campioni come Antonelli possono plasmarsi con una facilità impressionante.
Lo ha spiegato benissimo la campionessa olimpica Eileen Gu dopo uno degli ori conquistati a Milano-Cortina: “Puoi controllare quello che pensi, e come lo fai. E quindi puoi controllare chi sei. A 22 anni, con la neuroplasticità dalla mia parte, posso diventare esattamente chi voglio essere”. E Antonelli, nell’arco di meno di due stagioni in F1, si è trasformato in un pilota in grado di gestire qualsiasi situazione senza fare un plissé. L’esuberanza dei suoi 20 anni rimane nei giri veloci sul finale della gara, in quelle piccole sbavature che gli fanno correre un brivido sulla schiena. Ma a vederlo in pista, non si direbbe assolutamente che sia poco più di un adolescente.
Secondo Wolff, c’è un fattore molto importante nella crescita delle nuove leve della F1. “Questa generazione di piloti arriva più preparata rispetto alle precedenti. I simulatori sono molto più di un giocattolo ora. I migliori oggi lo usano tutti, sfruttando qualsiasi tipo di vettura, dai rally al GT. Ogni tanto chiamo Kimi e quando gli chiedo cosa stia facendo mi risponde che sta guidando una Porsche Supercup a Indianapolis. È uno strumento aggiuntivo di questa generazione. Se metti un bambino di sei anni al simulatore, impara abilità cognitive senza farlo attivamente. È per questo motivo che arrivano in F1 con una marcia in più. È come se tutto per loro andasse al rallentatore”.
Sembra tutto lento per loro, perché sono abituati ad andare veloce con la testa, con una capacità invidiabile per il multitasking. Kimi dopo la vittoria a Monza ci ha raccontato di aver notato i tifosi che si alzavano in piedi alla Prima Variante per incitarlo. Che ci facesse caso nel bel mezzo di una rimonta complicata la dice lunga sulla capacità del suo cervello. Secondo Wolff, resta sospeso solo un interrogativo: “Sarà capace di maturare mantenendo la sua personalità, la sua umiltà, con una buona dose di introspezione e di autocritica?”. Kimi corre veloce, veloce come la sua testa. Ma c’è da sperare che il tempo non gli tolga l’esuberanza e la generosità che lo contraddistinguono.