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Nella breve pausa dopo Miami una voce è tornata in auge prepotentemente: parliamo della possibilità di un imminente ritiro da parte di Lewis Hamilton. La durata del suo contratto con la Ferrari non è mai stata annunciata ufficialmente, ma definita semplicemente come pluriennale. Al termine della stagione 2026, il sette volte campione del mondo si avvierà verso il suo terzo anno a Maranello; ma se le prestazioni della Rossa non dovessero essere all’altezza per lottare per l’ottavo titolo, potrebbe non esserci alcun terzo capitolo con la Scuderia. Giunto alla vigilia del Gran Premio del Canada, il #44 ha voluto mettere le cose in chiaro.
“Ho ancora un contratto, per cui è tutto chiaro al 100% per quanto mi concerne. Sono concentrato, motivato e continuo ad amare quello che faccio con tutto il cuore. Penso che resterò qui per parecchio tempo, per cui vi conviene abituarvi”. Così Lewis Hamilton, in conferenza stampa a Montreal, ha risposto alle speculazioni circa la sua futura permanenza in Ferrari e, più in generale, in Formula 1. “Ci sono tante persone che stanno cercando di farmi ritirare, ma è qualcosa che non è nemmeno lontanamente nei miei pensieri“, ha aggiunto il britannico. “Sto già pensando a quello che mi aspetta e sto programmando i prossimi cinque anni. Cercherò di restare ancora qui per un bel po’ di tempo“. Dunque, il sette volte campione del mondo rimarrà a lungo nel paddock e, per farlo, sta cercando di ottimizzare al meglio le armi a sua disposizione.
Il 2026 è iniziato decisamente meglio rispetto allo scorso anno, con l’obiettivo del primo podio con la Ferrari già conquistato in Cina. A Miami, invece, le prestazioni non sono state delle migliori. Il colpevole della debacle in Florida è stato il simulatore, che “l’ha mandato nella direzione sbagliata”. Due settimane dopo quella rivelazione, Hamilton è tornato sull’argomento ammettendo che per il weekend del Gran Premio del Canada – nonostante il poco tempo a disposizione in pista visto il format Sprint – non ha utilizzato lo strumento di Maranello. Si è affidato completamente, come fatto già altre volte in passato, al proprio feeling nell’abitacolo. “È uno strumento davvero molto potente e qualcosa che, come team, continuiamo a far evolvere. Credo che da quando sono qui ho contribuito molto a questa evoluzione e loro si sono dimostrati molto ricettivi, apportando moltissime modifiche; noi non abbiamo fatto altro che migliorarlo”, ha spiegato.
“Con la simulazione ho la sensazione che l'obiettivo sia in continuo movimento. Ho iniziato a guidare al simulatore nel 1997, il primo in assoluto. Probabilmente non si muoveva nemmeno, ma avevamo il force feedback sul volante e ricordo che si trovava nella vecchia fabbrica della McLaren”, ha proseguito il #44. “Poi, quando si è passati alla prima vera generazione, a volte mi hanno permesso di usarla quando ero in GP2. Alla McLaren lo utilizzavamo abbastanza spesso, anche se non mi è mai piaciuto particolarmente perché sono giornate piuttosto lunghe e ricche di giri. C'è un punto in cui smetti di apprendere quando fai così tante tornate, almeno per quanto mi riguarda. Quando sono entrato in Mercedes erano ancora piuttosto indietro con questa tecnologia. Non l'ho usato quasi mai nei campionati che abbiamo vinto; vi ho fatto ricorso molto raramente. Poi, nel 2020, forse nel 2021, ho deciso di sfruttarlo un po’ di più”.
“Credo che in questi vent'anni ci sia stata solo una volta in cui ho usato il simulatore con la stessa identica configurazione portata poi in qualifica, conquistando la pole position: penso fosse Singapore 2012 con la McLaren. Quindi in pista ti ritrovi spesso a dover resettare ciò che hai appreso e alcuni degli approcci che hai adottato per affrontare le curve. Devi cambiare, perché l'assetto che ti sembrava buono al simulatore a volte non si rivela tale sull'asfalto reale. A volte sì, altre no: è un po' una questione di fortuna”, ha sottolineato Hamilton. Dunque, in assenza di sessioni virtuali, come si è preparato per il weekend di Montreal? “Ho deciso di restare in disparte e concentrarmi maggiormente sui dati. Ci siamo dedicati a un'analisi approfondita dell'equilibrio in curva, del bilanciamento meccanico, della fase di frenata e dell'ottimizzazione dei freni, che rappresentavano un problema per me da tempo. Questo ha portato a una perfetta integrazione con i miei ingegneri. Non è uno strumento che dico di non voler utilizzare mai più; continueremo sicuramente a impiegarlo, soprattutto per quanto riguarda la gestione e la distribuzione dell’energia”.