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È l’8 marzo 1986. Mancano 2 settimane alla partenza del Campionato del Mondo e la Williams è impegnata in una sessione di test sul circuito del Paul Ricard dove spera di raccogliere dati utili sul potenziale della FW11 che debutterà a breve. La sessione è finita da poco ma Frank Williams, in compagnia del responsabile degli sponsor Peter Windsor, decide di rimettersi immediatamente in viaggio con l’obiettivo di essere a Londra il giorno seguente.
Sulla strada che conduce all’aeroporto però, in una curva a sinistra Williams perde il controllo, finendo fuori strada. Nel dislivello che c’è tra la strada e il campo circostante la Ford Sierra presa a noleggio si ribalta; Windsor ne esce quasi illeso ma Frank è rimasto schiacciato tra il sedile e il tetto subendo una grave frattura tra la quarta e la quinta vertebra. Il manager inglese si salva, ma la prognosi è lapidaria: rimarrà paralizzato su una sedia a rotelle per il resto della vita.
A Didcot la stagione non potrebbe certo cominciare in modo peggiore. Eppure gli indizi che preannunciavano un grande ritorno si erano già visti a fine 1985 quando la FW10 motorizzata Honda aveva cominciato a volare vincendo le ultime 3 gare. A dimostrazione che il propulsore giapponese era arrivato a maturità, Rosberg si era pure tolto il lusso di essere letteralmente il pilota più veloce del Mondo, segnando a Silverstone il nuovo record di velocità sul giro singolo con una spaventosa media oraria di 258,983 km/h.
C’era poi la nuova coppia di piloti: a Mansell era stato affiancato Nelson Piquet che aveva sostituito il finlandese passato in McLaren per la sua ultima stagione. Forte dei suoi due Mondiali e della stima di Sir Frank con cui pare avesse un accordo verbale per il ruolo di prima guida, il brasiliano sperava di trovare in Williams l’occasione per centrare il tris iridato. L’improvviso incidente stradale però aveva lasciato la guida della scuderia a Patrick Head, facendo di fatto scricchiolare gli equilibri interni al team.
Inoltre, in Williams si sarebbero ritrovati a fare i conti con il proverbiale oste, che nel 1986 porta il nome di Alain Prost. Il francese ha infatti appena conquistato il suo primo Mondiale dimostrando grande maturità e intelligenza grazie anche ad una McLaren che ormai funziona come un ingranaggio perfetto. Non manca la giovane mina vagante, Ayrton Senna, ora al volante della Lotus che gli permette di lottare per le prime posizioni.
Tra tante variabili, le uniche vere certezze quando parte la stagione sono la naturalezza con cui Senna piazza la sua Lotus in pole position e l’apparente superiorità della FW11. La Williams però, dopo il trionfo di Piquet in Brasile, fatica inizialmente a capitalizzare l’ottima velocità mostrata dalla monoposto.
In Spagna infatti è Ayrton a conquistare la vittoria col famoso fotofinish che relega Mansell al secondo posto per soli 14 millesimi, mentre tra Imola e Montecarlo arriva il turno di Prost, protagonista di una esaltante doppietta che lo issa in vetta alla classifica iridata.
Il transalpino, aiutato dall’ottimo telaio della MP4/2C, riesce spesso a sfoderare un passo gara invidiabile e un’intelligenza tattica da fuoriclasse che gli permettono di sopperire a quello che forse è il più evidente punto debole delle McLaren: la qualifica. La TAG-Porsche infatti, a differenza di Renault e Honda, non produce propulsori specifici per il giro secco, e questo relega spesso le due McLaren a posizioni lontane dalle prime 3. Non a caso l’unica pole stagionale di Prost sarà proprio quella conquistata tra le lente stradine del Principato.
Chi invece non riesce ad incidere nei primi GP è Nigel Mansell, l’unico dei top 4 a non aver ancora vinto. Dopo Monaco però, mentre la F1 piange la scomparsa di Elio De Angelis, il Leone cambia marcia e nelle successive 5 gare vince per ben 4 volte, coronando il suo stato di grazia nel GP di casa di metà luglio. Qui, con un deciso sorpasso ai danni del compagno di squadra, Mansell si porta finalmente in cima alla classifica iridata per la prima volta in carriera.
In casa Williams però, si parla di tutto tranne che di gerarchie. Con l’assenza di Frank Williams il box si è spaccato in due; Mansell e Piquet sono i proverbiali 2 galli nel pollaio e pur non arrivando mai allo scontro diretto corrono quasi da separati in casa, spalleggiati dai rispettivi team di ingegneri e meccanici. Oltretutto la vittoria di Mansell a Silverstone è arrivata utilizzando la vettura di riserva che teoricamente dovrebbe essere riservata al compagno di squadra. Nelson non ci sta e, forse galvanizzato dal ritorno di Frank Williams nel paddock, torna alla carica vincendo in Germania e in Ungheria dove si concede pure il leggendario sorpasso in derapata ai danni della Lotus di Senna
Al doppio ritiro delle FW11 in Austria, dove Prost approfitta vincendo indisturbato, segue poi un’altra vittoria di Nelson a Monza. Mansell è secondo, ma considerata la clamorosa squalifica di Prost, una vittoria in Italia sarebbe valsa una seria ipoteca sul titolo.
Ma in Williams non c’è ordine di scuderia che tenga e se fino a quel momento le FW11 hanno raccolto 8 vittorie su 13 gare ipotecando il titolo Costruttori, la martellante costanza di Prost tiene ancora apertissima la corsa per quello piloti. Il Leone però torna a vincere in Portogallo e nonostante il mezzo passo falso del Messico, con un margine di 6 punti su Prost e 7 su Piquet, la resa dei conti di Adelaide del 26 ottobre sa di formalità.
Sarà sufficiente un terzo posto per laurearsi Campione; niente di impossibile con la super Williams considerando anche che Prost e Piquet sono obbligati a vincere. Il Leone lo sa e in partenza pur scattando dalla pole non si prende rischi, lasciando sfogare Piquet, Senna e un Rosberg in grande spolvero alla sua ultima gara in F1. La Goodyear ha inoltre garantito che le coperture saranno in grado, sulla carta, di percorrere tutta la gara e per Mansell sembra andare tutto secondo i piani.
Ma i calcoli di entrambi si riveleranno terribilmente sbagliati.
Inaspettatamente, Prost scivola al 4° posto dopo che una foratura lo costringe ad un pit stop intorno al 30° giro mentre Rosberg, al 62°, deve abbandonare del tutto la corsa mentre era in testa quando sulla McLaren #2 esplode la gomma posteriore destra. Comincia quindi ad aleggiare il dubbio che forse la Goodyear sia stata troppo ottimista e passano solo 2 giri prima di averne la definitiva, e sportivamente drammatica conferma.
Sul lungo Brabham straight la gomma posteriore sinistra della FW11 di Mansell si disintegra improvvisamente in una tempesta di scintille mentre viaggia in una comoda terza posizione che gli varrebbe il titolo. Con dei riflessi fenomenali l’inglese evita di finire contro il muro ma la sua gara, così come la sua speranza di diventare Campione del Mondo, finisce mestamente nella via di fuga. Piquet, in quel momento primo e virtualmente campione, viene quindi richiamato al pit in via precauzionale lasciando strada libera a Prost.
L’alfiere della McLaren non deve quindi far altro che contenere la disperata rimonta della Williams e amministrare le ultime gocce di carburante rimaste nella sua MP4/2C.
Lo scenario più assurdo si materializza così all’82° e ultimo giro della gara. Prost vince davanti a Piquet e con Mansell clamorosamente fuori gioco diventa Campione del Mondo per la seconda volta consecutiva, difendendo la corona come per ultimo aveva fatto Brabham nel 1960.
Il Professore impartisce così ai suoi rivali una lezione magistrale, dopo aver disputato una stagione pressoché perfetta con una macchina tecnicamente inferiore. Piquet chiude la stagione terzo a 3 punti da Prost e a 1 da Mansell, mentre la Williams rivive un beffardo déjà vu del 1981. In quel caso era stato Carlos Reutemann a perdere clamorosamente il titolo all’ultima gara.
“Ho avuto la mia parte di delusioni, ma non c’è dubbio che quella sia stata la pagina più amara della mia vita. Difficile accettarlo perché non avevo commesso errori. Improvvisamente avevo perso quello che già sentivo nelle mie mani.”
Nigel Mansell
Piquet si consolerà nel 1987 con il terzo alloro mentre il Leone, universalmente riconosciuto come uno dei piloti più forti della sua generazione, dovrà masticare amaro ancora per un po’ prima di riuscire a mettere le mani sul titolo del 1992 con la futuristica Williams di Newey.
Con mostri di potenza in grado di superare i 1000 cv e 4 fenomeni assoluti a dividersi la scena, il Mondiale 1986 e l’epilogo di Adelaide rimangono ancora oggi tra i più fulgidi manifesti dell’epopea del turbo degli anni ‘80, nonché di tutta la storia della F1. Una stagione indimenticabile che avrebbe dovuto celebrare la fredda supremazia del mezzo meccanico ma che invece finì per piegarsi, nel modo più assurdo, alla solidità chirurgica di un Professore.