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Dalla mezzanotte tra sabato 11 e domenica 12 luglio cambia la mappa degli autovelox italiani. Dei 4.060 dispositivi registrati dal ministero dei Trasporti, 2.856 potranno continuare a essere impiegati per accertare gli eccessi di velocità. Per gli altri 1.204 scatterà invece lo stop.
Non si tratta necessariamente di apparecchi malfunzionanti o incapaci di rilevare correttamente la velocità. Il problema è amministrativo: i modelli esclusi dal nuovo provvedimento non dispongono, almeno per il momento, dei requisiti necessari per produrre multe valide.
La conseguenza sarà immediata. Dal 12 luglio gli enti proprietari non potranno utilizzare i dispositivi non ammessi per contestare violazioni del Codice della strada, almeno fino al completamento della procedura prevista dal nuovo decreto.
Il provvedimento prova a colmare una lacuna normativa che si trascinava da oltre trent’anni. Il Codice della strada prevede infatti dal 1992 che gli strumenti destinati al controllo della velocità siano omologati, ma finora non era mai stata definita una procedura completa per ottenere questa certificazione.
Nel tempo il ministero aveva quindi rilasciato principalmente delle approvazioni. Una distinzione che è diventata decisiva dopo le numerose pronunce con cui la Corte di Cassazione, a partire dal 2024, ha ribadito che approvazione e omologazione non possono essere considerate equivalenti.
Il nuovo decreto cerca di superare questa situazione attraverso un elenco di prodotti già autorizzati in passato. Nell’Allegato B sono riportati i provvedimenti di approvazione relativi a 25 modelli: gli apparecchi che corrispondono esattamente a quei prodotti e a quelle versioni vengono ora considerati omologati.
Non si tratta, dunque, di una verifica individuale effettuata su ciascuno dei 2.856 dispositivi ammessi. Il riconoscimento riguarda il modello di riferimento, mentre ogni singolo esemplare dovrà comunque risultare conforme, correttamente tarato e sottoposto ai controlli previsti.
Il decreto introduce anche regole più precise per i nuovi apparecchi. Ogni prototipo dovrà affrontare una vera procedura di omologazione, mentre il singolo dispositivo dovrà essere tarato prima della messa in servizio.
La verifica della taratura dovrà poi essere ripetuta almeno una volta ogni dodici mesi. In presenza di un certificato scaduto oppure di un esito negativo ai controlli, l’autovelox non potrà essere utilizzato.
Cambiano anche le modalità di gestione delle immagini e delle informazioni raccolte. Fotografie e dati dovranno essere protetti attraverso sistemi di crittografia e firma digitale. Nel caso di riprese anteriori dei veicoli, inoltre, i volti delle persone presenti nell’abitacolo dovranno essere oscurati.
I dispositivi che non compaiono tra quelli riconosciuti dovranno essere disattivati. I titolari delle precedenti approvazioni potranno presentare al ministero prove tecniche e documentazione per ottenere l’omologazione, ma durante l’esame delle domande gli apparecchi non potranno generare sanzioni.
Per alcune procedure il ministero dovrebbe pronunciarsi entro sessanta giorni. Lo spegnimento, quindi, potrebbe essere temporaneo, ma la durata effettiva dipenderà dalla capacità dei produttori e degli enti coinvolti di dimostrare la conformità dei diversi modelli.
La novità arriva nel pieno dell’esodo estivo e alimenta il timore che la riduzione dei controlli venga interpretata come un allentamento generale delle regole. I limiti di velocità, naturalmente, non cambiano: anche sulle strade prive di autovelox attivi continueranno a essere applicati gli stessi obblighi e le stesse sanzioni.
Uno degli aspetti più delicati riguarda i sistemi Tutor, che calcolano la velocità media mantenuta da un veicolo tra due punti dell’autostrada.
Secondo la ricognizione riportata dal Corriere della Sera, potrebbero dover essere fermati gli impianti di vecchia generazione approvati tra il 2004 e maggio 2017. Lo stop interesserebbe almeno 83 tratte distribuite sulle autostrade A1, A4, A13, A14 e A16.
Il Tutor viene generalmente percepito dagli automobilisti in modo diverso rispetto all’autovelox tradizionale, perché non fotografa un singolo superamento istantaneo ma valuta l’andatura mantenuta lungo un tratto più esteso.
I dati citati nell’articolo attribuiscono all’introduzione di questi sistemi una riduzione del 25% delle punte massime di velocità, un calo del 15% della velocità media e una diminuzione del 56% della mortalità durante il primo anno di utilizzo sulle tratte controllate.
Il decreto non chiude però la lunga battaglia giudiziaria sulle sanzioni emesse dagli autovelox semplicemente approvati e non formalmente omologati.
Il nuovo provvedimento non agisce retroattivamente: non rende automaticamente valide le multe già contestate, non interrompe i procedimenti in corso e non modifica gli accertamenti effettuati in passato.
Resta inoltre da capire quale sarà l’orientamento dei giudici sulle future sanzioni. Il punto controverso riguarda la possibilità che un decreto ministeriale attribuisca valore di omologazione a dispositivi precedentemente soltanto approvati, nonostante il Codice della strada continui a distinguere i due procedimenti.
Gli automobilisti che vorranno contestare una multa potrebbero quindi dover impugnare non soltanto il verbale, ma anche la parte del decreto sulla quale viene fondata la validità dell’apparecchio. Le associazioni dei consumatori hanno già annunciato nuove iniziative legali.
Dal 12 luglio l’Italia avrà quindi meno dispositivi autorizzati a emettere sanzioni, ma questo non comporta alcuna modifica ai limiti di velocità.
La vera novità è l’introduzione di un quadro tecnico e amministrativo più definito: omologazione dei prototipi, verifiche sui singoli apparecchi, taratura periodica e maggiore protezione dei dati raccolti.
Rimane però irrisolto il fronte giudiziario. Il decreto stabilisce quali dispositivi potranno continuare a funzionare da domenica, ma difficilmente metterà fine ai ricorsi sulle multe già emesse e sulla distinzione tra strumenti approvati e strumenti omologati.