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Donald Trump e Xi Jinping si sono incontrati a Washington e tra i dossier sul tavolo dei rapporti tra Usa e Cina c'è anche quello, scottante, dell'automotive. L'ipotesi che il presidente americano possa consentire ai costruttori cinesi di produrre automobili direttamente negli Stati Uniti, in cambio di investimenti e posti di lavoro per gli americani, sta infatti riaccendendo il confronto sull'eventuale ingresso delle auto cinesi nel mercato Usa. Una prospettiva che, almeno sulla carta, potrebbe aumentare la concorrenza e offrire ai consumatori americani modelli più economici. Ma per l'industria automobilistica statunitense significherebbe anche affrontare concorrenti che hanno costruito negli ultimi anni enormi vantaggi sul fronte dei costi, delle batterie e della velocità di sviluppo. L'apertura di Trump, dunque, potrebbe trasformarsi in una partita molto più complessa di quanto sembri. Anche perché l'attuale mercato americano è sostanzialmente chiuso alle vetture prodotte in Cina e Washington mantiene forti restrizioni sui veicoli cinesi e sulle tecnologie connesse.
Il possibile impatto delle auto cinesi negli Usa è enorme. Secondo uno scenario elaborato da Mobility Global e riportato da Bloomberg, se le restrizioni venissero allentate, i costruttori cinesi potrebbero arrivare a vendere negli Stati Uniti fino a 1,7 milioni di automobili all'anno entro il 2038, conquistando circa l'11% del mercato americano delle auto nuove. Il dato assume che le importazioni dirette dalla Cina restino di fatto vietate a causa dei dazi e che i gruppi cinesi producano inizialmente in Nord America, per esempio in Messico, per poi costruire stabilimenti negli Usa. BYD, Geely e SAIC sarebbero tra i gruppi potenzialmente interessati.
Secondo la stessa analisi, l'arrivo dei marchi cinesi potrebbe generare circa 600.000 vendite aggiuntive all'anno, ma sottrarrebbe contemporaneamente circa un milione di veicoli ai costruttori già presenti sul mercato. A pagare il conto sarebbero soprattutto diversi marchi asiatici, da Toyota a Hyundai e Nissan. Il motivo è semplice: i prezzi delle auto cinesi sono particolarmente competitivi. Alcuni crossover compatti e medi prodotti dai costruttori cinesi hanno prezzi paragonabili a quelli di un'auto usata media negli Stati Uniti. Un vantaggio non da poco in un mercato dove il prezzo d'acquisto rappresenta una delle principali barriere per chi vuole comprare una vettura nuova.
Ma è proprio qui che entra in gioco il lato più controverso della questione. Michael Dunne, analista dell'industria automobilistica cinese, sostiene che un'apertura senza forti condizioni potrebbe mettere sotto pressione l'intero ecosistema automotive degli Usa. Dunne ha infatti osservato che gli eventuali stabilimenti cinesi negli Stati Uniti sarebbero altamente automatizzati e quindi non necessariamente capaci di generare il numero di posti di lavoro che Washington potrebbe aspettarsi. L'analista ha inoltre sollevato il tema delle batterie, delle terre rare, della componentistica e della proprietà intellettuale, sostenendo che una parte importante della catena industriale potrebbe continuare a dipendere dalla Cina anche con automobili assemblate sul territorio americano. È questo il punto centrale del confronto: Trump vuole trasformare l'apertura alle auto cinesi in investimenti e occupazione negli Usa, ma i produttori americani temono che l'operazione possa aumentare la concorrenza senza risolvere le dipendenze industriali dalla Cina. Non a caso, General Motors, Ford e Stellantis, insieme a Toyota, Volkswagen, Hyundai e Tesla, hanno espresso contrarietà all'ingresso dei costruttori cinesi. Allo stesso tempo il Congresso sta valutando misure per rendere permanente il divieto sui veicoli cinesi. Per l'automotive Usa si apre quindi uno scenario inedito: accogliere BYD e gli altri gruppi cinesi potrebbe significare più investimenti, maggiore scelta e prezzi potenzialmente più bassi per i consumatori, ma anche una pressione competitiva senza precedenti sui costruttori già presenti negli Stati Uniti. Un nodo spinosissimo per Trump.